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Vi vogliamo portare oggi a percorrere un itinerario lungo il Po che si snoda tra Settimo e Gassino Torinese e che svela notevoli chicche di carattere storico nonché paesaggistiche.

In questo particolare tratto del Po, che ricorda molto la bassa tra Mantova e Ferrara, nella metà del XIX secolo esistevano a Gassino alcuni molini natanti sul Po. Posti nelle vicinanze del porto natante per sfruttarne la strada di collegamento con la Strada Nazionale di Casale, furono attivi già dal medioevo e fino all’epoca in cui l’utilizzo di motori elettrici ne determinò la scomparsa.

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I molini natanti, strutturalmente erano costituiti da due scafi collegati tra loro da un tavolato e galleggiavano sulla corrente nei pressi della riva del fiume per poter essere facilmente raggiunti dalla terraferma attraverso un pontile di legno. Montati su appositi barconi -qui chiamati pontoni o pontotti a seconda delle dimensioni- venivano ancorati direttamente nell’alveo del fiume per sfruttarne al meglio le correnti. La forza del fiume, imbrigliata per mezzo di dighe in pali di legno, azionava una caratteristica ruota qui, sul vostro Po, la sua eccezionale larghezza consentiva di sfruttare al meglio le lente e voluminose correnti fluviali….

Buona parte del tavolato che univa i due scafi era occupata da una capanna di legno dentro la quale era sistemato il gruppo ingranaggi-macine e relativi utensili e che in parte fungeva da magazzino e abitazione del mugnaio.

Questi mulini furono attivi fin verso l’inizio del novecento, e anche Settimo disponeva di simili impianti, molto attivi. A dire il vero, più che nel territorio di Settimo essi sorgevano lungo la sponda destra del Po antistante Settimo ed appartenevano ai numerosi signori che si succedettero, per secoli, nei feudi di Sambuy, Gassino, Castiglione, Cimena…

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Questo perchè questi comuni non disponevano delle acque perenni tipiche dei territori giacenti sulla sinistra orografica del Po, alimentati dai grandi torrenti provenienti dai ghiacciai alpini come la Stura di Lanzo, il Malone e L’Orco. Dovete sapere che il territorio di Settimo, pur essendo a ridosso del più grande fiume d’Italia, traeva le sue acque ad uso di forza motrice, irriguo e zootecnico esclusivamente dalla Stura di Lanzo le cui acque giungevano nel comune per mezzo di una efficiente rete di canali, tuttora in gran parte esistenti. Fra questi, i più importanti sono la bealera Nuova – d’uso ancora oggi quasi esclusivamente irriguo – ed il rio Freidano, a quei tempi il principale canale motore di Settimo mentre invece i comuni al piede della collina dovevano necessariamente ricorrere alla viva forza del loro grande fiume.

Giova ricordare che questa particolare ricerca di forza motrice per la molatura degli sfarinati fece si che nascesse una vera e propria attività complementare: infatti i gassinesi erano così bravi in quest’arte che sin dal medioevo disponevano di alcuni fra i migliori cantieri per la costruzione di mulini natanti. La loro fama era tale ancora nel corso del 1500. Per secoli, dunque, mulini “made in Gassino” zampettarono come enormi papere lungo tutto il tratto di Po da Torino a Chivasso e fors’anche oltre.

I mulini natanti iniziarono a declinare all’inizio del 1800 in seguito di un progetto di Napoleone per trasformare il Po in un canale navigabile, ai tempi della dominazione francese in Piemonte e quindi, a tale scopo, si riteneva necessario rimuovere ogni sorta d’intralcio alla navigazione. Fra questi intralci vi erano i mulini natanti, che spingevano le loro dighe sin verso il centro del fiume le quali producevano alterazioni nelle correnti fluviali arrecando da sempre gravi danni alle sponde del Po, particolarmente temute nei periodi di piena.

A quei tempi, quando il fiume ingrossava e muggiva e spumeggiava per notti e giorni erano dolori!

Ad esempio come quando il 3 ottobre 1901 in seguito ad un periodo di pioggia intensa, il Po ruppe gli argini nei pressi di Settimo allagando la frazione allora gassinese di Mezzi Po. Nel centro abitato le acque del fiume raggiunsero l’altezza di tre metri costringendo la popolazione a fuggire precipitosamente.Con non comune coraggio e sprezzo del pericolo quattro uomini della borgata, utilizzando una barca, portarono in salvo sei persone rifugiatesi sui tetti delle loro abitazioni. Ai fratelli Giovanni Battista, Giacomo e Natale Volpatto e a Giacomo Veglia, protagonisti dell’eroica azione, sarà attribuita, con Regio Decreto del 30 marzo 1902, la medaglia di bronzo al Valor Civile.

Quindi nel periodo seguente il 1840-1850 iniziò la trasformazione da mulini natanti in mulini terrestri, disseminando il territorio con i vari Mulino Grosso o Mulino Vecchio, poi con il Mulino Nuovo a Settimo, il Mulino dell’Isola a Cascina Isola, per finire con l’imponente Mulino del Re a Brandizzo.

A Settimo i due mulini lavorarono, si può dire, fianco a fianco. Guardandosi in cagnesco, ma macinando, segando, torchiando senza posa, ognuno concentrato sulla propria rendita. Pensate che, in questa competizione, i settimesi iniziarono a distinguere i due impianti di macinazione in Mulino Vecchio e Mulino Nuovo mentre i mulini natanti funzionarono, sempre più radi, sino all’alba del novecento. Poi scomparvero. Ancora nel 1867 il mulino natante dei conti Sambuy venne ricostruito in terraferma su progetto dell’architetto Amedeo Peyron, sempre per problemi connessi alla navigazione. Volete vederlo? Si trova tuttora in prossimità dell’innesto della strada di Castiglione con la strada statale 590 per Casale, ancora attrezzato con una delle sue grandi ruote in ferro.

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Il Mulino Nuovo sorse nel 1806, costituito da un semplice edificio di due piani, con 4 ruote ad acqua, ognuna collegata a una macina da grano e meliga. Il suo nome, a quei tempi, era “Mulino dei Savj” o “di Savio”, poiché venne realizzato dal settimese Giacomo Giuseppe Savio, su autorizzazione del governo napoleonico allora in carica. Nel 1812 fu poi costruita una pesta da canapa al di là del canale, che comportò l’aggiunta di una quinta ruota motrice, mentre non ebbe seguito la richiesta del Savio per l’installazione di una conceria di pelli.Oggi, dopo il recupero del 1995, è sede dell’Ecomuseo del Freidano, visitabile come centro polifunzionale.

Il Molino Re invece può essere considerato uno dei tre più grandi stabilimenti meccanizzati per la produzione di sfarinati fabbricati in Piemonte nel XIX secolo.E’ stato edificato lungo la Bealera del mulino negli anni Ottanta dell’Ottocento, accanto alle preesistenze di un impianto di origine feudale, grazie alla conduzione imprenditoriale di Felice Pia e dei Fratelli Giovanni e Cesare Re. L’architettura ed i caratteri stilistici propri della fabbrica multipiano di fine Ottocento sono ancora oggi visibili nell’edificio principale che sorge lungo la Strada Comunale per Gassino. I prospetti sono inquadrati da lesene angolari in mattoni a vista e scanditi da aperture racchiuse in cornici modanate di laterizio dal richiamo neomedievale; lo stesso repertorio stilistico è ripreso anche nei cornicioni ad archetti ciechi che contraddistinguono gli ultimi due piani della fabbrica. Questo involucro perimetrale è tutto ciò che rimane dell’edificio originario, poiché il 15 ottobre 1947 un incendio ha distrutto l’intero apparato strutturale e tecnologico del mulino. In seguito a questo fatto l’edificio è stato sopraelevato di un piano, rispettando tuttavia il sistema composito della parte sottostante.

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I mulini Nuovo e Re, in particolare, costituiscono in assoluto – insieme al mulino della Barca di Collegno e quello del Mussotto di Alba – i primi impianti a sistema Anglo-Americano introdotti in Piemonte per volontà di Cavour e del suo entourage, fra cui si distinguono, in particolare: Quintino Sella, i fratelli Fourrat, il marchese Alfieri di Sostegno e l’ing. Severino Grattoni.

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Alla conclusione di questo piccolo viaggio dobbiamo rammentare che durante i secoli tale corso d’acqua ha variato più volte il suo alveo, andando a modellare profondamente il territorio circostante. Ha da sempre rappresentato motivo di paure e disagi in occasione delle piene periodiche, ma è stato anche luogo di svago e di riposo tra le frasche più ombrose delle sue rive, regione amena in cui compiere lunghe gite in barca, oltre che preziosa alternativa per l’integrazione dei guadagni del lavoro nei campi per moltissime famiglie di braccianti.

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Proprio in questo sito così ricco di sapori e tradizioni antiche e forse un po’ dimenticate troviamo L’Ostu dal Maslè, che cerca di riproporre a chi passa da queste parti il fascino culinario di quei giorni passati.

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