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Le sue ricerche, il suo lavoro e la sua collaborazione con le autorità permisero la ricomposizione di importanti opere d’arte che erano andate disperse sul mercato.

Il caso più famoso è forse quello del Polittico di Bianzè (in fondo la descrizione dell’opera), capolavoro di Defendente Ferrari, ora al Museo Borgogna di Vercelli.

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Pietro Accorsi ebbe la possibilità di acquistare opere celebri: fu contattato ad esempio per l’acquisto della Pietà Rondanini di Michelangelo poi passata nel 1952 alle raccolte del Castello Sforzesco di Milano (dove adesso si può ammirare in una splendida sala.

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Ma proprio a Milano, fu protagonista di una operazione che suscitò scalpore.

Nel 1934, grazie alle raccomandazioni dell’erede al trono Umberto di Savoia e grazie ai legami con importanti famiglie milanesi, viene a conoscenza delle intenzioni del principe Luigi Alberico Trivulzio Belgioioso di disfarsi di una parte cospicua della incredibile collezione che la sua famiglia custodisce.

Una miniera artistica e culturale custodita nelle sale di Palazzo Trivulzio.

Appena pochi anni prima nella collezione era arrivata l’ultima perla, il “Ritratto dell’ambasciatore Gabriele de Luetz d’Aramont” di Tiziano, oggi nella Pinacoteca del Castello Sforzesco di Milano.

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Accorsi, per conto di Vittorio Viale, direttore del nuovo Museo Civico di Palazzo Madama a Torino, riuscì, al termine di una trattativa estenuante, a garantirsi un opzione sull’acquisto della collezione per 9 milioni di lire (poco più di 10 milioni di euro attuali).

Un tesoro sterminato, con dipinti di Tiziano, Pontormo, Mantegna, Antonello da Messina, e sui 35mila volumi che comprendevano oltre a opere autografe di Leonardo, il prezioso e unico manoscritto miniato da Jan Van Eyck con le “Très belles Heures de Jean de Berry”.

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Ma la notizia dell’accordo finisce sui principali quotidiani generando inizialmente uno scontro tra le città di Torino e Milano per poi diventare in seguito un affare di Stato.

Fu proprio a seguito del pre-accordo che il giornalista Raffaello Giolli scrisse sull’«Eco del mondo»: «Il principe Trivulzio ha firmato un compromesso per la cessione delle sue collezioni alla città di Torino. Tutto andrà a Palazzo Madama. Portar via da Milano la collezione Trivulzio è come strappare un pezzo di Sant’Ambrogio”.

Il sindaco di Milano reagì immediatamente appellandosi a Roma.

Ma dalle colonne de «La Stampa» partì l’offensiva della difesa: «Che vi fossero in corso trattative tra la città di Torino e il principe Trivulzio per l’acquisto delle sue ricchissime collezioni era cosa nota anche agli antiquari d’America. Così come non era un mistero che il patrizio milanese, pur intendendo disfarsi di alcuni oggetti, desiderasse evitare quelle tristi dispersioni alla spicciolata».

Il «Corriere della Sera» fece sapere che anche il Capo del Governo «intento a Stresa con alte personalità politiche estere a problemi che tutto il mondo agita» era stato informato della vicenda.

Benito Mussolini, avendo saputo che dietro all’accordo vi era il futuro erede al trono Umberto di Savoia, mandò in fumo l’affaire.

Accorsi e il direttore Viale dovettero cedere, chiedendo però in cambio per la città di Torino, come risarcimento della rescissione contrattuale, alcune opere della collezione, tra cui il Ritratto d’uomo (del 1476) di Antonello da Messina, e il libro con le 25 pagine miniate da Jan van Eyck e dai suoi collaboratori, ancora oggi presenti nelle collezioni del Museo civico d’arte antica di Palazzo Madama di Torino.

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Alla morte di Accorsi, per volontà testamentaria, venne costituita la Fondazione Pietro Accorsi e nel 1999 inaugurato l’omonimo museo con la collezione personale di mobili e arredi del Settecento realizzati da formidabili ebanisti come Pietro Piffetti, dipinti di Vittorio Amedeo Cignaroli, porcellane di Meissen, visibili nel cuore di Torino nel palazzo di via Po 55, dove, a partire dal 1901, il gallerista visse la propria infanzia insieme ai genitori nella portineria dello stabile. Nel 1956 Accorsi fu abbastanza ricco da acquistare l’intero palazzo e adibire il piano nobile ad abitazione e galleria d’arte.

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Qualche informazione in più su alcune opere:

IL POLITTICO DI BIANZE’

Il polittico di Bianzè, da sempre attribuito a Defendente Ferrari, fra i più importanti maestri del Rinascimento piemontese, e databile fra il 1525 e il 1530 quando fu realizzato per la parrocchiale di Bianzè. L’opera, composta da sei tavole raffiguranti «La Vergine in trono con Bambino e angeli», «La deposizione dalla Croce», «San Giovanni Battista», «Santa Lucia», «San Giuseppe» e un «Santo vescovo», ha avuto una vicenda conservativa piuttosto complicata.

Il grande polittico di Defendente Ferrari proviene dalla chiesa parrocchiale di Sant’Eusebio a Bianzè poi smembrato e in parte confluito alla chiesa cimiteriale di Santa Maria dei Tabbi.

Le tavole raffiguranti la Madonna in trono e Santa Lucia vennero rubate dalla chiesa nel 1920, recuperate grazie al contributo di Vittorio Viale e Pietro Accorsi, vennero riallestite al Museo Borgogna in una nuova cornice realizzata in stile da Carlo Cussetti nel 1934.

E’ conservato presso il Museo Borgogna di Vercelli.

 

TRÈS BELLES HEURES DE JEAN DE BERRY

“Très Belles Heures de Jean de Berry”, meglio conosciuto come “Heures de Turin-Milan” o “Le Ore di Torino” è un libro d’ore miniato, conservato appunto a Palazzo Madama (http://bit.ly/2wevxnm).

Venne miniato da vari artisti per la corte del duca di Berry, tra il 1380 (le pagine più antiche di stampo marcatamente gotico) fino al 1422-1424 quando vi lavorò proprio Jan van Eyck, che divenne poi il fondatore e caposcuola della pittura fiamminga.

Il “libro delle ore” comprende la raccolta delle ore liturgiche per i diversi periodi dell’anno, ossia la preghiera ufficiale della Chiesa cattolica (la liturgia consiste nel canto di salmi, cantici e inni, con l’aggiunta di preghiere e letture dalla sacra Scrittura).

Per secoli uno dei libri che non mancava presso tutte le famiglie o le comunità che potevano permettersi di avere dei libri. Anche dopo la diffusione della stampa, i libri delle ore rimasero espressione di prestigio e di amore per l’arte, spesso riccamente miniati.

Il libro di Palazzo Madama era appartenuto a Jean de Berry ed è stato smembrato in più parti. Quattro fogli, con cinque miniature si trovano oggi al Musée du Louvre, ed uno al Getty Museum.

Nel 1412 il codice originario fu donato da Jean de Berry a Robinet d’Estampes, custode dei suoi gioielli. Il manoscritto fu quindi diviso in due parti: la prima, completa, rimase in Francia; la seconda, comprendente le preghiere e il messale e ancora non terminata, finì nei Paesi Bassi, dove negli anni ’20 fu affidata alla bottega dei fratelli Hubert e Jan van Eyck, che nella metà del XV secolo, portò finalmente a termine il lavoro.

Questa seconda parte arrivò nel XVIII secolo in Piemonte, a sua volta diviso tra la biblioteca di Vittorio Amedeo II di Savoia, poi confluita nell’attuale Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, e la biblioteca del conte di Agliè. Il primo frammento, noto come “Heures de Turin”, finì bruciato nel rogo della Biblioteca nazionale di Torino del 1904; il secondo fu acquistato all’inizio dell’Ottocento dal marchese Gian Giacomo Trivulzio per la sua famosa biblioteca di Milano, (ecco il perché del nome di “Heures de Milan”).

Le Heures de Milan furono cedute dalla Città di Milano al Museo nel 1935, assieme al ritratto di Antonello da Messina, come risarcimento per il mancato acquisto della collezione Trivulzio.
Il frammento oggi noto come Heures de Turin-Milan comprende 28 pagine e 25 grandi miniature.
Il manoscritto, dopo dieci anni di esposizione, è stato ritirato per effettuare una nuova campagna fotografica, alcune indagini diagnostiche e il restauro della legatura. Il codice tornerà in vetrina nella primavera del 2018.

Curiosità su van Eyck: Il suo quadro più famoso, appeso alla parete della stanza numero 56 della National Gallery di Londra, chiamato “I coniugi Arnolfini” di Jan Van Eyck, nasconde uno degli enigmi meglio custoditi dalla storia dell’arte.

 

MANOSCRITTI DI LEONARDO

Libretto di appunti autografo di Leonardo (codice Trivulziano 2162).

Acquistato intorno al 1750 da don Carlo Trivulzio e conservato presso la biblioteca di famiglia fino al XX secolo, entrò a far parte delle raccolte civiche del Castello Sforzesco di Milano nel 1935.

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LA “PALA TRIVULZIO” DI MANTEGNA E I DIPINTI DELLA COLLEZIONE TRIVULZIO

Tra i dipinti provenienti dalla Collezione Trivulzio, al Castello Sforzesco, la Madonna col Bambino del 1470 circa, attribuita a Vincenzo Foppa e la monumentale pala dipinta nel 1497 da Andrea Mantegna per la chiesa di Santa Maria in Organo a Verona, detta “Pala Trivulzio”.

La Pala Trivulzio (Madonna in gloria con i santi Giovanni Battista, Gregorio Magno, Benedetto e Girolamo) è un dipinto tempera a colla su tela (287×214 cm) di Andrea Mantegna, datato 1497 e conservato nella Pinacoteca del Castello Sforzesco a Milano.

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