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E’ la sera del 17 luglio. Un venerdì 17, di quelli che come minimo ti aspetti un nubifragio, una notizia tragica o anche, semplicemente, la personalizzazione di una epocale sfiga declinata in un sonnacchioso inizio di weekend.

Scalate le notizie principali, con l’augurio che il buon Giuseppi sia andato a Bruxelles con in mano un corno e una staffa di cavallo di dimensioni epiche, provo a cercare un qualche guaio che giustificasse e neutralizzasse la perigliosa abbinata di cabala.

Dopo aver rigirato le bacheche dei giornali, senza nulla di più interessante, leggo la succulenta cronaca di giornali che si scatenano sulla abbinata Ferragni Uffizi.

Marilyn posa con The William Goetz’s art collection sitting by Joshua Logan, 1956

Sulle prime non capisco bene cosa sia successo. Sembra una questione di lesa maestà: si favoleggia che la influenZer nostrana abbia chiesto di portare alcuni dei dipinti a casa a Milano, per rinnovare un po’ le grigie pareti dell’appartamento e rendere un pelino più intriganti le prossime foto post.

L’idea viene archiviata presto a causa di una serie di problemi logistici (i tasselli per le cornici che non si trovano nei Brico di Milano) e per un drammatico confronto con l’arredatore, che obbietta in modo fermo e deciso all’ipotesi di abbinare i tenui colori della Venere botticelliana con l’abbinamento Verde Inghilterra – Marrone ruggine della sala della casa milanese della Ferragni.

Si decide allora per una semplice foto della influenZer davanti ad alcune delle opere più importanti e prestigiose degli Uffizi: la Venere e l’Adorazione dei Magi di Botticelli, il Tondo Doni di Michelangelo.

Si arriva così al fattaccio: un post su Instagram degli Uffizi, che, in omaggio a due donne protagoniste delle loro rispettive epoche, Simonetta Vespucci e Chiara Ferragni, prova, forse sommariamente, ma in modo fresco e giocoso, a tracciare un parallelo storico.

Punto.

Qui finisce il baillame creato dalla notizia ed inizia la riflessione di una serie di intellettuali, che con l’occasione, denigrando il fenomeno Ferragni, hanno in realtà provato a mettere in discussione il passaggio di alcuni Musei, nello specifico gli Uffizi, verso una nuova immagine digitale.

Il fenomeno degli Influencer viene osservato e raccontato sulla base di metriche che sono più simili all’auditel televisivo (dove le trasmissioni di Barbara D’Urso rappresentano ad esempio un riferimento, architrave della più classica fruizione televisiva). E alcune delle foto di questo articolo dimostrano che le foto di personaggi famosi in posa nei musei non sono assolutamente una novità.

Varrebbe la pena di analizzare con maggiore attenzione il fenomeno, senza da una parte attribuire potere taumaturgico all’influenza d’acquisto, ne dall’altra considerarla un semplice fenomeno da confinare, con le enormi masse di fan, all’interno di alcuni social (prima Instagram, oggi anche Tik Tok).

Cosa dicono i numeri della presenza social dei musei italiani?

Generosa, anche se in qualche caso un po’ ruspante e poco coordinata, la produzione di contenuti digitali durante l’emergenza Covid: grandi potenzialità ma anche un importante ritardo nel campo.

Dai dati dell’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali della School of Management del Politecnico di Milano solo un museo su quattro (24%) ha un piano strategico per l’innovazione digitale. 

Se l’attività sui social è raddoppiata con l’emergenza Covid (il 76% ha almeno un account) e sono cresciuti i follower, prima nell’esperienza di visita on site su un campione di 430 musei, monumenti e aree archeologiche italiani, si è osservato come audioguide (32%), QR-code (31%) e installazioni interattive (28%) hanno rappresentato gli strumenti di supporto alla visita fisica più diffusi. 

E comunque emerge che il 51% dei musei non è dotato di wi-fi, fortunatamente però l’85% ha un sito web.

Ecco allora profilarsi il secondo importante quesito: possibile analizzare la politica di Digital Marketing, che i musei più vicini alle logiche dell’innovazione e del marketing stanno definendo e in qualche caso implementando, con logiche proprie del passato?

La sfida dei Musei è duplice: da una parte ridefinire gli spazi e ricodificare per pubblici giovani l’esperienza di visita, dall’altra la necessità di ampliare i pubblici, per numero e tipologia.

Intere fette della nostra società non hanno alcun rapporto con musei ed altri luoghi di cultura e l’encomiabile e ben progettato sforzo di apertura ai social dei Big italiani non può che essere un ottimo segnale di reattività.

Ho letto con stupore il miope articolo di Stefano Bartezzaghi su Repubblica in cui alcune considerazioni sul rapporto tra i social della Ferragni e i canali digitali degli Uffizi la dicono lunga sulla arretratezza culturale in campo digital di molti analisti:

“La fotografia che testimonia la visita della signora giovane e famosa (diciamo pure celeberrima) al museo ha portato decine di migliaia di visitatori Instagram sull’account del museo, che diventano invece le solite centinaia di migliaia sull’account della medesima Ferragni (il dato già fa capire chi fra i due soggetti – museo e visitatrice – dia lustro a chi).”

https://www.instagram.com/p/CCu_l3JIvFn/

Sullo sfondo, una totale incapacità di comprendere un linguaggio contemporaneo, misto di neologismi, emoji e nuovi riti multimediali che i ragazzi utilizzano ogni giorno e con il quale gli Uffizi stessi provano a confrontarsi.

Il vero obiettivo delle critiche di questi giorni sembrano essere proprio i canali social più utilizzati dagli “zoomer”: Instagram, con le sue Storie e ancora di più Tik Tok, con le sue nuove grammatiche multimediali.

Mentre non viene perdonato agli Uffizi lo sbarco proprio su Tik Tok, da pochi giorni si è saputo che alla base del possibile licenziamento nel team di Donald Trump del mago del Digital Marketing Brad Parscale, vero asso nella campagna alle scorse presidenziali, sarebbe stata la sottovalutazione di un bizzarro passaparola su Tik Tok di ragazzi di tutto il mondo.

Migliaia di adolescenti hanno prenotato la stragrande maggioranza dei biglietti del Bok Center di Tulsa, cittadina dell’Oklahoma, per l’atteso Comizio del Presidente USA, ma non si sono presentati lasciando gli spalti vuoti.

Gli account dei fan di K-pop (pop Coreano) hanno iniziato a condividere le informazioni con i propri follower, incoraggiando tutti a registrarsi e poi a non andare. Su TikTok è partita la stessa chiamata alle armi tramite video da milioni di visualizzazioni. Insieme hanno bloccato centinaia di migliaia di biglietti. Un raduno anti raduno partito su Alt TikTok tra scherzi e attivismo ma poi arrivato su varie piattaforme.

Da Instagram, a Twitter Snapchat, tra nuovi linguaggi e nuovi meccanismi di interazione.

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