0
Shares
Pinterest WhatsApp

Via Bellezia è una via che parte da via Garibaldi e termina ai bordi di Piazza della Repubblica, una delle vie della movida del Quadrilatero Romano.

Via Fiochetto è ai più nota per essere sede dell’autoporto di Torino Nord in cui arrivano e da cui partono gli autobus che fanno la spola con città della prima cintura e del Piemonte

Ma sapete chi erano Gian Francesco Bellezia e Fiochetto? Facciamo un passo indietro, fino al 1629.

L’epidemia è nota anche come peste manzoniana perché venne ampiamente descritta da Alessandro Manzoni nel romanzo I promessi sposi e nel saggio storico Storia della colonna infame.

La peste arrivò in Piemonte, come nel Nord Italia, nel 1629, portata dagli eserciti, francesi e tedeschi, che allora si stavano fronteggiando nella Pianura Padana, nella guerra dei Trent’anni e i Savoia erano schierati con l’Impero germanico alla conquista del Monferrato.

Antonio Tempesta (1555 – 1630) “Torneo nella piazza del Castello di Torino” (1620 circa) – Galleria Sabauda – Musei Reali di Torino

Nel giugno del 1629 dal contado iniziarono a fluire a Torino poveri e mendicanti, gente in cerca di sicurezza e protezione, trovando posto negli ospedali e aumentando esponenzialmente le possibilità di contagio: le merci e i commercianti provenienti da fuori continuavano ad entrare in città.

Nell’estate del 1629 il comune iniziò a prendere in mano la situazione, ordinando le prime quarantene, intensificando i controlli, donando oboli ai bisognosi e trasferendo i malati fuori dalle mura. E nel 1630 fu blocco della città, che si richiuse all’interno dei suoi confini.

Gian Francesco Bellezia fu il coraggioso Sindaco di Torino che combattè l’epidemia di peste senza mai lasciare la città.

Originario di Lanzo, nacque a Torino nel 1602 e si laureò in legge all’Università di Torino nel 1622. Nel 1625 fu eletto decurione e nel 1628 fu nominato primo sindaco delle città.

Dopo l’arrivo della pandemia, Bellezia rimase sempre a Torino, anche quando nel maggio del 1629, fu abbandonata dalla corte reale, rifugiatasi a Cherasco e da tutti gli altri magistrati.

Un esodo di rappresentanti delle istituzioni e di «classe dirigente» che rese difficile la gestione. Fu il momento in cui emerse la figura di Giovanni Francesco Bellezia, il «sindaco della peste», che restò al suo posto coordinandosi con quei pochi consiglieri rimasti e ritagliandosi così un posto nella storia torinese.

Quando fu costretto a letto da una malattia, Bellezia continuò a convocare un ristretto consiglio sotto il pergolato del giardino di casa sua, vicino la chiesa di Santa Maria di Piazza, dove partecipavano Giovanni Antonio Beccaria, Giovanni Battista Fetta e Fiochetto, conversando con loro dalla camera da letto.

La città lo ha ricordato intitolandogli nel 1807 una delle vie più antiche (nella zona del cosiddetto “quadrilatero romano”) e collocando nel 1866 una lapide presso la sua residenza (via Bellezia 4), poi spostata alle spalle di Palazzo di Città.

Gian Francesco Fiochetto (1564-1642), medico formatosi alla Sorbona di Parigi, poi professore all’Università di Torino, archiatra del duca Carlo Emanuele I e protomedico del ducato sabaudo fu un’altra figura epica del periodo, autore del “Trattato della Peste et pestifero contagio di Torino“, opera che ha permesso di raccontare nel tempo i terribili anni della pandemia del 1629-1631 e che fece scuola in tutta Europa e fu ristampato fino al 1720 come una guida medica sempre affidabile.

“Trattato della Peste et pestifero contagio di Torino“ 1631 – Gian Francesco Fiochetto

Intorno alla città si muovevano i soldati, alla ricerca di cibo. Un vero problema sia per i rifornimenti di cibo in città sia per la salute dei cittadini. Per non far entrare i soldati in città si decise che fossero i torinesi stessi a prestare servizio di ronda sulle mura, ma non pochi uscivano dalle loro case mostrando bubboni e segni della terribile malattia.

Appena una dozzina di case in città fu risparmiata, ricorda proprio Fiochetto in uno dei suoi scritti.

Quando nell’aprile 1631 il morbo diede nuovi importanti segni di presenza in città, il municipio impose una nuova quarantena che scatenò, ancora una volta, la fuga dei ricchi e dei benestanti.

Giovanni Battista Della Rovere «Il voto del 1630 della città di Carmagnola per la pestilenza» (particolare) 1630, Carmagnola (Torino) Municipio

Proprio in aprile, il giorno 7, la firma della Pace di Cherasco pose termine alla guerra per la Successione del Monferrato e di Mantova, nella quale era coinvolto il ducato sabaudo, con proprie rivendicazioni dinastiche. Così, anche dal punto di vista politico e militare, Torino conobbe un periodo di relativa serenità.

Ma la situazione questa volta rimase sotto controllo e a luglio il male sembrava ormai definitivamente scomparso.

A partire dagli ultimi mesi di quell’anno, i registri anagrafici della città tornarono a registrare un boom di nuove nascite: segno che i Torinesi avevano ritrovato la fiducia nella vita e nel loro futuro.

Curiosità: I torinesi chiamarono proprio in quel periodo il contagio ël contacc. E “Contacc!” poteva essere un grido di disperazione per chi se ne scopriva vittima, oppure un disperato ed estremo avvertimento, un monito a un congiunto o un amico, perché si tenesse a distanza da un nuovo impestato. Durante le fasi di preparazione del prototipo di una Lamborghini, nei primi anni ’70, il suo designer, Marcello Gandini, pensò di battezzare l’auto con quell’esclamazione piemontese e un suo collaboratore inglese, Bob Wallace, la pronunciò come “Countach”, parola che ha poi portato fortuna ad una delle più belle Lamborghini di tutti i tempi.

Prototipo della Lamborghini Countach
Previous post

La pasta della nonna

Next post

Bartali: l'orgogliosa caparbia di un grande uomo