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Capita a volte che le caratteristiche ambientali dei luoghi e le connotazioni delle parole che descrivono situazioni e modi di dire, finiscano con l’incontrarsi in curiose evoluzioni…

E’ il caso della freddissima Reykjavik, capitale dell’Islanda e diventata nell’ottobre del 1986 il posto in cui ha iniziato la sua fine il termine “guerra fredda”, proprio nella “Ice land”.

Era l’ottobre 1986 (precisamente l’11) e il presidente Reagan era volato in Islanda per incontrare il premier sovietico Mikhail Gorbaciov. La delegazione americana non si aspettava molto dai colloqui tra i due capi di stato.

U.S. President Ronald Reagan (L) and Soviet President Mikhail Gorbachev leave Hofdi House after finishing their two days of talks during a mini-summit in Reykjavik October 12, 1986. REUTERS/Nick Didlick (ICELAND - Tags: POLITICS) BEST QUALITY AVAILABLE

Lo stimolo all’incontro era venuto dalle dichiarazioni del presidente russo, successore di Breznev, Andropov, Cernenko, un terzetto piuttosto avverso ai colloqui di pace.

Gorbaciov era arrivato forte delle sue dichiarazioni di gennaio: l’offerta di riduzione radicale dell’arsenale missilistico nucleari balistico, accettando anche di lavorare sulle questioni dei diritti umani, che erano sempre stati un problema di difficile approcciò al di là della cortina di ferro.

Il piano sovietico si prefiggeva addirittura il traguardo di una eliminazione definitiva delle armi nucleari entro la fine del 1999, con un accordo universale.

La proposta era stata accolta entusiasticamente da Ronald Reagan e considerata importante dal segretario di stato George Shultz, ma aveva trovato immediata resistenza nel resto dell’amministrazione presidenziale e addirittura anche nel principale alleato americano, la Gran Bretagna.

Prima di ogni accordo, Gorbaciov chiedeva che gli Stati Uniti fermassero il progetto di Reagan: il sistema missilistico di difesa Iniziativa di Difesa Strategica (SDI).

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Reagan non si mosse.

I colloqui di quel fine settimana vennero quindi bollati come un fallimento, ma la realtà non era quella.

Dopo ore di colloqui tra i due leader, il vertice si concluse senza alcuna dichiarazione congiunta, nessuna data fissata per un successivo vertice di Washington, senza sorrisi telegenici o convenevoli di circostanza.

Eppure qualcosa di storico stava accadendo, anche se l’importanza del “quasi accordo” non era stata percepita al momento.

Ronald Reagan, Mikhail Gorbachev

Reagan e Gorbaciov concordarono che “una guerra nucleare non poteva essere vinta e pertanto non doveva mai essere combattuta”, proprio come il calcolatore Joshua aveva suggerito qualche anno prima nel film antesignano WarGames – Giochi di Guerra.

Grazie a quel fine settimana islandese furono firmati diversi trattati di non proliferazione e riduzione di armamenti atomici e chimici nel 1987, nel 1991 e ancora nel 1993.

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