1
Shares
Pinterest WhatsApp

“La creatività della nostra mente ha una origine sociale”.

Da tempo ci stiamo interrogando sulla vita che ci aspetta alla fine della pandemia, sul nuovo modo che avremo di stare in gruppo, di consumare un aperitivo insieme, di viaggiare.

E le ultime statistiche lasciano ben sperare sulla possibilità di ricominciare presto a vivere non più ossessionati dal COVID.

Nelle lezioni di marketing turistico, racconto ai ragazzi, sempre più convinto, che quando le condizioni sanitarie ce lo permetteranno, probabilmente assisteremo ad un “effetto molla”: appena autorizzati, tutti ritorneremo, spinti quasi inconsciamente in un collettivo moto browniano, ad uscire, cenare nei locali, rimanere fino a tardi per le strade, viaggiare e cercare vacanze allo stesso tempo stimolanti, divertenti e rilassanti.

Sarà un effetto solo transitorio?

Quando nacque il web, negli anni ‘90, tutti predissero che finalmente avremmo potuto vivere isolati, connessi alla rete e lontani dalle grandi città.

Durante l’estate dello scorso anno allo stesso modo, si diffusero scenari di stravolgimento della vita e del lavoro in città: smart working a manetta, iperconnessione e vita nei grandi spazi attorno alle vecchie cittadine, che in pochi decenni si sarebbero riconvertite a una architettura “nuovamente orizzontale”.

Nelle ultime settimane si è riacceso il discorso sulla miscela più adatta tra lavoro remoto e lavoro in presenza, con diverse opinioni e ricette, quasi tutte improntate sull’ hybrid working.

E probabilmente non è un caso, ma c’è una ragione precisa dietro questo ripensamento: la rete è un formidabile strumento per stare connessi se non ci si può incontrare, per informarsi all’infinito, per comunicare, ma, in fondo, siamo esseri sociali; per essere felici abbiamo bisogno degli altri.

Senza gli altri siamo ogni giorno che passa infinitamente più poveri, di idee.

Come ci raccontano gli esperti, “siamo animali, non piante”.

La differenza principale fra un animale e un vegetale, infatti, è il movimento: gli animali sono “animati” e vanno in cerca del cibo per avere energia; le piante sono ferme e cercano nel terreno dove sono le risorse per crescere.

Come disse in un discorso dello scorso anno Stefano Mancuso, professore di neurobiologia a Firenze, “La quarantena ci ha trasformato in piante: come le piante, spaventati dalla pandemia, siamo più attenti allo spazio che abitiamo, le nostre case sono più curate, abbiamo scoperto angoli che non sapevamo ci fossero, e riscoperto oggetti perduti. E poi, non sprechiamo più cibo, o ne sprechiamo molto meno del 50 per cento che ci attribuiscono le statistiche. Come le piante abbiamo moltiplicato gli strumenti della comunicazione: non potendoci muovere, abbiamo bisogno di essere connessi sempre. Per questo stiamo sempre sui social o in video telefonate”. 
Ipotesi di un adattamento animale interessante, ma che probabilmente nasconde un enorme prezzo che stiamo pagando per questa trasformazione. Noi umani siamo animali sociali, abbiamo bisogno degli altri per stare bene, abbiamo bisogno di vederli, toccarli, ascoltarli.

Ma allora, saremo più pianta o animale nei prossimi anni?

Previous post

Il Ritorno dell'eroe: comunicazione COVID per il 2021

Next post

Cos’è un elevator pitch e come prepararlo in soli 4 passi!