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Una delle costruzioni più strane e sensazionali di Torino e non. Progettata dall’Antonelli è diventata uno dei simboli della città grazie alla sua forma strana accentuata da una vera e propria illusione ottica finemente calcolata.

Siamo in corso San Maurizio a Torino a pochi passi dalla Mole Antonelliana, da Palazzo Nuovo e dal Po.

Per vedere qualcosa di strabiliante in termini architettonici basta avvicinarsi all’angolo tra corso San Maurizio e via Giulia di Barolo.

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Qui si trova il palazzo conosciuto come La Fetta di Polenta ossia casa Scaccabarozzi.

Guardando frontalmente la costruzione da corso San Maurizio si nota che essa è molto stretta e si sviluppa in verticale. Ma la vera sorpresa inizia spostandosi in via Giulia di Barolo dove, osservando bene il palazzo, si ha l’impressione che esso sia completamente piatto.

Un’illusione  che si svela grazie ad un gioco ottico e prospettico dovuto alla forma trapezoidale della costruzione lunga 16 metri su via Giulia di Barolo, larga 5 su corso San Maurizio e appena 57 centimetri sul lato opposto.

La Fetta di Polenta fu progettata dall’architetto Alessandro Antonelli e la storia vuole che la sua forma sia dovuta alla ridottissima porzione di terreno concessa all’architetto per edificarla.

La storia di casa Scaccabarozzi rinominata subito dai torinesi Fetta di Polenta sia per la sua forma che per il suo colore, è ben descritta nel libro di Cristina Fantuzzi e Elena Rolla “101 storie su Torino che non ti hanno mai raccontato”.

“Solo un architetto con una spiccata propensione alle sfide impossibili poteva concepire nella Torino del 1840 un edificio tanto atipico […] leggende metropolitane raccontano che la fetta di Polenta nacque per una scommessa; in realtà fu una speculazione azzardata a spingere Antonelli a inventarsi una soluzione sulla carta impossibile. Quando da membro della Società dei costruttori Antonelli collaborò alla lottizzazione di Borgo Vanchiglia e avvallò la demolizione di Casa Colomba per collegare via Giulia di Barolo e corso San Maurizio, sapeva bene di cacciarsi nei guai: quella era di proprietà della moglie di cui non rimaneva che un lotto minuscolo di 36, 5 mq e di forma assurda. A detta di tutti inutilizzabile. Ma non per lui che compensò la carenza di spazio con l’altezza e l’irregolarità dei volumi grazie a ingegnosi accorgimenti. Come per esempio sfruttando l’imbuto del trapezio, inutile per per le stanze ma perfetto per la scala a chiocciola; ricavare ambienti vivibili anche nel sottosuolo; costruire finestre aggettanti  […]. Antonelli ci mise l’anima in quel progetto ma i torinesi, intimoriti dall’aspetto dell’edificio, non ne volevano sapere di affittare quegli appartamenti: paure assurde ribatteva l’Antonelli  che per dissipare ogni diffidenza aveva occupato con la moglie”.

Tuttavia la Fetta di Polenta è arrivata intatta, a differenza di altri edifici della stessa zona, fino ai giorni nostri passando tra l’esplosione della polveriera di Borgo Dora nel 1852, il terremoto del 1887, il nubifragio del 1904, i bombardamenti del conflitto mondiale e l’uragano del 1953.

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