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Chissà che cosa potrebbe pensare Pietro Podisio vedendo in che condizioni si è ridotta ora la “sua” Abbadia di Stura. Lui che il 25 gennaio 1146 decise di donarla a un abate fiorentino perché si occupasse di costruire un ospedale per assistere e curare i pellegrini diretti a Gerusalemme.

Il complesso dell’Abbadia sorse lungo la strada che portava a Pavia.

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Le antiche carte ne attestano l’attività a partire dal secolo XII, quando Pietro Podisio, giureconsulto torinese, il 25 gennaio 1146 assegnò all’abate Vitale di Vallombrosa una casa, 10 giornate di vigna ed oltre 60 di campi e prati, perché vi fosse edificato un Hospitale, in cui fossero ricoverati tutti i “christiani affetti da qualsivuole malattia” e che servisse da ricetto per i pellegrini.

L’abbazia, che sorgeva in un punto strategico dei traffici diretti a Torino, si sviluppò grazie alla protezione ed alle numerose donazioni dei vescovi di Torino, dei marchesi del Monferrato e dei duchi di Savoia.

Le costruzioni cistercensi avevano un tipo di struttura fissato dalle regole dell’ordine: intorno alla chiesa vi era un insieme di chiostri, sale capitolari, dimore, foresterie, laboratori…

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Foto di Marco Saroldi

Il complesso era formato da sette cascine (costituenti un solo corpo di fabbrica), dalla chiesa di San Giacomo e dalla possente torre campanaria, che fungeva anche da torre di guardia e dalla quale si poteva comunicare con il campanile di Santa Maria Pulcherada a San Mauro. La torre campanaria, alta circa 24 metri e divisa in sei piani da decorazioni in cotto, pare che sia stata costruita dallo stesso architetto Brumingo che progettò il Campanile di Sant’Andrea del Santuario della Consolata.

I frati offrivano ospitalità ai viandanti nel loro Xenodochium, curavano i malati con le erbe officinali coltivate nell’Hortus conclusus, controllavano il traghetto sulla Stura: di qui il nome di “regione Barca”.
Di certo Podisio non sarebbe felice di sapere che a distanza di ottocentocinquanta anni tutto ciò che resta della sua donazione non è altro che la visione di qualche rudere e la sensazione di abbandono e di isolamento.

Gianni Zattarin, pittore torinese, paga 50 mila lire all’inizio degli anni ‘70 e si aggiudica ciò che resta dell’Abbazia: la chiesa romanica e il campanile gotico. In cambio il pittore, morto qualche anno fa, promette di ridare vigore all’intera struttura trasformando la chiesa nel suo atelier. Ci riuscirà in parte, partecipando al progetto “Adotta un monumento della città” con le scuole della zonasenza però dare l’impressione di portare a compimento un reale rilancio.

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