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Una delle caratteristiche più affascinanti della rete web è la possibilità di connettere nel breve volgere di qualche istante punti e momenti nello spazio e nel tempo che hanno in comune momenti, storie, culture e che nella vita di ognuno di noi, anche dei più fortunati, non avrebbero modo di trasformarsi spesso in un viaggio.

Qualche giorno fa, mentre scrivevo un post sull’arte moderna e contemporanea, in preparazione alla straordinaria settimana d’arte di Torino, ho per caso ritrovato degli appunti su oggetti che sono vanto del design italiano.

Mi riferisco in particolare alle due creazioni degli architetti Marco Zanuso e Richard Sapper che negli anni ’60 hanno rivoluzionato il design di prodotti consumer come la radio e la televisione “inventandosi” le linee futuribili e accattivanti della Radio TS 502 e del televisore portatile Algol 11. E ancora oggi questi splendidi oggetti di casa sono esposti al MoMa (Museum of Modern Art di New York) a testimonianza di un importante passo nello sviluppo delle linee e dei concetti di usabilità che trasformarono il mercato e le abitudini dei consumatori tra gli anni ’60 e gli anni ’70.

E mi è venuta voglia di raccontare qualcosa di un altro oggetto che meriterebbe di essere esposto negli stessi spazi.

E per meglio comprendere questa storia è necessario un salto nel passato, di oltre 500 anni, all’adolescenza di Carlo V, una delle più importanti figure della storia d’Europa, diventato durante il suo regno padrone di un impero talmente vasto ed esteso, su tre continenti, che gli viene tradizionalmente attribuita l’affermazione secondo cui sul suo regno non tramontava mai il sole.

La scomparsa prematura di tutta la discendenza maschile della dinastia castigliano-aragonese, unitamente alla scomparsa prematura del padre Filippo “il bello” ed alla infermità della madre Giovanna di Castiglia, fece sì che Carlo V, all’età di soli 19 anni, risultasse titolare di un “impero” talmente vasto come non si era mai visto prima d’allora, neppure ai tempi di Carlo Magno.

E ripercorrendo le lontane vicende di Carlo V si scopre che alla morte del padre, venne affidato dalla zia Margherita d’Asburgo agli insegnamenti di un cardinale italiano, originario della Valsesia, Mercurino Arborio, Marchese di Gattinara.

Il grande politico e umanista italiano, in ringraziamento per il suo operato, fu nominato Presidente del Parlamento di Borgogna e divenne addirittura Gran Cancelliere di Carlo V, sostenendolo nella sua ascesa al trono di imperatore e supportandolo in occasioni internazionali di particolare delicatezza (guidando ad esempio i negoziati per un’alleanza tra Inghilterra, Santo Romano Impero e Santa Sede dopo l’invasione francese nel 1521 dei territori di Navarra e Calais, o mediando affinché durante la Dieta di Worms anche Martin Lutero potesse esprimere le proprie ragioni).

La leggenda racconta che uno degli strumenti “non convenzionali” di persuasione del cardinale Arborio fosse un vino originario della sua terra, il vino di Gattinara.

Come altri prestigiosi vini piemontesi, anche il Gattinara viene prodotto da uve Nebbiolo. Probabilmente il nome deriva da “Catuli Ara” ossia Ara di Catullo. Infatti, pare che la città di Gattinara sorga nel luogo dove il Proconsole Lutazio Catulo sacrificò agli dei le spoglie di guerra dei Cimbri vinti nella zona circostante nel 101 a.C.

La denominazione DOCG Gattinara può contare su poco meno di 95 ettari di vigneto in produzione, il che significa 4600 ettolitri di vino. Il Gattinara si produce con uve Nebbiolo, localmente detto Spanna, a cui possono aggiungersi piccole quantità di vespolina o di bonarda di Gattinara.

Ma cosa hanno in comune la radio Brionvega, il MoMa ed il consigliere di Carlo V, Mercurino di Gattinara?

Nel 1958 Giancarlo Travaglini ha fondato l’omonima azienda enologica, con la sfida di trasformare uno straordinario Nebbiolo del Nord Piemonte da una semplice rarità per appassionati, in un prodotto universale, acquisendo nel corso degli anni un patrimonio di vigne, che oggi (42 ettari) conta per metà dell’intera denominazione DOCG Gattinara.

E per rendere unico il suo vino, ha avuto una illuminazione.

Un grande vino non poteva certo finire in una normale bottiglia, così Giancarlo Travaglini già nel 1958 pensò ad un’opera d’arte: una bottiglia particolare con la quale si può servire il vino sulle tavole più prestigiose del mondo, permettendo durante la “decantazione” o “scaraffatura” di trattenere l’eventuale sedimento naturale che un grande Gattinara, riposando negli anni, può formare.

E la sua forma consente il servizio diretto dalla bottiglia al bicchiere.

Un’altra caratteristica particolare rende inimitabile questa bottiglia: Il suo colore scuro non permette il passaggio dei raggi luminosi, che potrebbero ingenerare il classico difetto di “luce”.

Una bottiglia elegante e perfettamente studiata per la conservazione e l’invecchiamento in cantina.

La sua celebre bottiglia ha fatto il giro del mondo: chi la vede una volta non la scorda più.

Genio italiano che si fonde alle caratteristiche di un prodotto di eccellenza del nostro territorio, regalando l’unicità tipica della creatività e della tradizione produttiva.

Che ne dite? Ho ragione a pensare che questa bottiglia avrebbe tutte le caratteristiche per entrare nella collezione MoMa?

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