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Quella che vi raccontiamo è una piccola storia, il racconto di un incontro casuale che ha messo in contatto due modi differenti di vivere la città, due approcci differenti alla mobilità metropolitana del futuro, due filosofie completamente diverse che, ognuna a suo modo, ha cambiato il nostro presente e cambierà il nostro futuro…

Immaginate di essere un mercoledì alle 10,22 ad un incrocio poco trafficato di Austin (Texas), dove Steve e John, chiusi in una creatura tecnologica di carbonio di poco più di 2 metri cubi, controllano migliaia di dati che “friggono” senza soluzione di continuità sui loro portatili. John si assicura che la meraviglia su quattro ruote, in cui sono comodamente seduti, continui ad accumulare informazioni sui percorsi e si attenga al piano di navigazione impostato. Da due anni lavora su questo veicolo, che molti chiamano Google’s Self Driving Car, Auto Google a guida autonoma e che lui invece chiama affettuosamente Beth, come sua mamma.

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Steve arriva dallo Utah, da Salt Lake City ed il progetto lo ha seguito fin dall’inizio, ne conosce tutti i pregi e si diverte, un po’ per lavoro ed un po’ per passione, a scovarne gli inevitabili difetti.

Per nulla appannato dalla super scorta di Cinnamon Rolls che ha mandato giù a colazione, aggiorna il piano di lavoro della giornata, inserendo test non completati nei giorni precedenti e mescolando sadicamente sulla sua lista prove sempre più complicate per “l’ovetto”, come lui chiama l’auto.

Il semaforo è appena diventato rosso e la breve pausa permette a John di ripercorrere rapidamente col pensiero il percorso di giornata.

Il grande vantaggio di viaggiare in un’auto a guida automatica è la tranquillità con cui si può lavorare e ci si può guardare intorno. Sicuramente i più contenti saranno i capifamiglia che potranno finalmente ammirare i panorami suggeriti dai figli, senza il timore di un incidente, senza la “sindrome di esclusione”.

Con la coda dell’occhio nota un ciclista che si ferma tra l’auto ed il marciapiede.

“A hipster boy, riding a hipster bike, in front of a hipster coffee shop”

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E’ proprio un hipster quello di fianco a loro, su una “fixie”, le biciclette a scatto fisso ritornate di moda proprio con gli hipster. Qualcuno dice che “Non puoi essere hispter se oltre a curare maniacalmente la tua barba non giri in città con una fixie”.

Cosa hanno di strano queste bici?  Si fanno apprezzare per la leggerezza ed agilità, comode quindi nel traffico di città; ma questo tipo di bici si distingue dalle altre per avere un solo rapporto possibile e nessun meccanismo di ruota libera. Considerando che la pedalata segue il movimento della ruota posteriore, non è possibile pedalare a vuoto all’indietro né smettere di pedalare a meno di non frenare bruscamente. E spesso non hanno neanche i freni.

E mentre John ammira il trackstand del ragazzo in bici – quel movimento che il ciclista fa con i pedali: un colpo avanti e uno dietro per restare in equilibrio – Steve sgrana gli occhi e si guarda intorno.

“Dannata macchina, cosa le prende?”

Un dolce movimento in avanti ed indietro inizia a cullare i due ingegneri Google, neanche l’auto volesse imitare il sicuro trackstand del ciclista.

E’ proprio un trackstand della Google car: un lieve movimento in avanti e indietro che rende la scena curiosa.

Una bici ed un’auto, entrambe impegnate in una curiosa coreografia ad un semaforo di Austin

Dave, il ciclista hipster, inizia a sorridere, per poi iniziare a ridere senza nascondersi quando vede due ragazzi divertiti nell’auto andare a ritmo della sua pedalata.

Più tardi Dave (oxtox il suo nick in un forum) scrive: “E’ andato avanti per circa due minuti mentre i due ragazzi all’interno ridevano e cercavano di insegnare alla macchina come comportarsi in questa situazione. Ma non c’è mai stato alcun pericolo.“

“Non siamo neanche partiti oggi, che già ci dobbiamo fermare per relazionare…” dice Steve ad un divertito John

Ed il resto della giornata lo passeranno a scrivere un rapporto dettagliato che invieranno al loro capo, a Mountain View…

Una nota, per chiudere: è importante far sapere a chi legge che gli unici dettagli di fantasia del racconto sono i nomi e le storie dei protagonisti e, forse, l’amore di uno dei due ingegneri Google per i Cinnamon Rolls…Il resto, il resto è realtà!

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