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Prima giornata del Social Media Tourism di Gallipoli e molti interessanti spunti per riflettere sul ruolo del digitale nella promozione del turismo.

Uno dei temi di discussione è l’approccio che i player, siano essi operatori privati o destinazioni, devono proporre e mantenere per convincere il turista.

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Negli ultimi anni si è diffusa la tendenza, avvalorata dalle statistiche, di promuovere sempre più esperienze in luogo del tradizionale viaggio: secondo i dati demoscopici, i turisti, soprattutto tra questi le fasce più giovani, preferirebbero vacanze costruite sulla base di esperienze specifiche, piuttosto che itinerari alla scoperta di un luogo o una regione e delle sue tradizioni.

Proprio per muovere verso questa tendenza si stanno sempre più consolidando tecniche di comunicazione legate a “User generated contents”, ossia contenuti che i turisti costruiscono e pubblicano sulla base delle proprie esperienze di viaggio.

Questo fenomeno è visto come uno dei risultati della democratizzazione della produzione di contenuti multimediali: non solo testi, ma anche e soprattutto immagini e video, che raccontano frammenti di viaggio, curiosità, momenti di ilarità, promuovono l’esperienza personale, una sorta di diario di viaggio raccontato attraverso i selfie.

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Questo approccio sta indubbiamente generando ottimi risultati in termini di “conversione”, ossia di acquisto d’esperienza di viaggio, per consumatori che ormai valutano una possibile destinazione non soltanto attraverso la dimensione “prezzo”, ma anche attraverso molte altre caratteristiche.

Riepilogando, possiamo schematizzare l’approccio ipotizzando una gestione della comunicazione che allo stesso tempo sia incentrata sul (potenziale) cliente, sui suoi bisogni e quindi sui suoi desideri di esperienza e che sia anche basata su una grammatica, un “tone of voice” vicina al cliente, legata al linguaggio di altri clienti che hanno vissuto l’esperienza, visitato la destinazione.

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Si apre però anche un’altra questione.

Poniamo che sia giusto per gli operatori commerciali, in termini di attrattività, utilizzare il punto di vista del cliente per generare contenuti utili, descrivere le destinazioni e le possibili esperienze, i momenti esclusivi e le location uniche.

Siamo sicuri che il racconto di un territorio, delle sue sfaccettature, delle sue caratteristiche peculiari, possa essere costruito sulla base di un mosaico di singole frammentarie esperienze, spesso incomplete e basate su una conoscenza poco approfondita?

Possiamo ribaltare le recensioni, i racconti dei clienti nel libro mastro dei racconti di una destinazione?

Proviamo a fare un esempio.

Cesena, Biblioteca Malatestiana: un gioiello di rara bellezza per una cittadina non propriamente turistica, che è stata la prima biblioteca civica d’Italia e d’Europa; è l’unico esempio di biblioteca monastica umanistica giunta fino a noi perfettamente conservata nell’edificio, negli arredi e nella dotazione libraria.

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Immaginiamo di voler costruire una pagina social o internet basata sulle esperienze dei visitatori.

Abbiamo provato ad estrarre a caso tre recensioni da Trip Advisor, riferite allo splendido luogo cesenate e tutte a 5 stelle:

 

“Non pensate di girare tra i libri ma quello che vedrete è unico. Le spiegazioni della guida sono molto buone ed una delle poche ad avere ancora i libri originali.”

 

“Biblioteca ben rifornita di libri, posto molto tranquillo, silenzioso e suggestivo in quanto si respira un buon vecchio ambiente.”

 

“Biblioteca unica per i libri e gli arredi che sono quelli originali. Ovviamente non ci si può sedere ma la visione è mozzafiato.”

Partireste da queste recensioni per costruire testi per i vostri siti di promozione turistica?

Il dubbio è che una costruzione troppo user-oriented finisca per sminuire le destinazioni, soprattutto quelle meno importanti o conosciute, classificandole solo sulla base di caratteristiche superficiali, che non raccontano la vera struttura del territorio.

Altro esempio, in enogastronomia, potrebbe essere la particolare abitudine in alcune zone dell’Emilia Romagna di servire il lambrusco in tazza.

Bere il vino in una tazza può sembrare esotico, ma non lo è. Si tratta di un retaggio emiliano che vuole il Lambrusco novello servito in piccole grezze scodelle.

Tradizione molto simile nelle Langhe, in cui si possono gustare i deliziosi ravioli del plin in una tazza colma di vino Dolcetto.

Siamo sicuri che siano solo dei buffi espedienti per permettere ai turisti simpatici selfie?

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