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Riporto qui un estratto dell’intervista che mi rilasciò Gianmaria Testa nel 2014. Una chiacchierata che mi era sembrata una lunga lezione di storia e geografia, di educazione civica. Poca musica, ma allo stesso tempo, tutto in musica. Un piccolo omaggio ad un grande Maestro della musica e del viver civile.

M.A.

Nasce in un pomeriggio di marzo la possibilità di intervistare Gianmaria Testa e colgo l’opportunità al volo. Conosco tante delle sue canzoni, i miei figli le hanno cantate in auto, ripetendone le strofe senza soluzione di continuità. Spero di riuscire a trasmettere in quanto segue l’atmosfera dell’intervista, un racconto fatto di parole mai banali, un volo sulla nostra situazione sociale, sulla difficoltà di vivere il nostro tempo, con la capacità dell’artista di raccontare il mondo con un distacco quasi storico. Davvero una grande emozione.

GianMaria Testa,Bologna 23 Maggio 2011
GianMaria Testa,Bologna 23 Maggio 2011

TNL: Sembra proprio che Gianmaria Testa viva i confini e le frontiere come cicatrici. Sono limiti alle nostre possibilità o delle separazioni necessarie per l’equilibrio?

TESTA: Le frontiere sono un qualcosa che ci portiamo dentro, ma sono convinto che, nei momenti di crisi come questo, in cui sembra che il nuovo millennio non voglia cominciare, se abbiamo una chance, questa non possa essere che “collettiva”. Ed invece sembrano avere il sopravvento la personalizzazione e la scissione, caratteri che nel lungo termine non possono che portare conflittualità.

Da “Le Traiettorie delle Mongolfiere”

Lasciano tracce impercettibili
le traiettorie delle mongolfiere
e l’uomo che sorveglia il cielo
non scioglie la matassa del volo
e non distingue più l’inizio
di quando sono partite

TNL: Viviamo un periodo di depressa frenesia, ma probabilmente, come l’uomo che sorveglia il cielo della canzone, non riusciamo a percepire le nostre traiettorie…

TESTA: E’ una fortuna la quota di aleatorietà che pervade la nostra vita, in quanto pur essendo questa portatrice di sofferenza, è allo stesso tempo sorgente di speranza e moto stesso della nostra attività. L’interrogativo può semmai essere legato ad una dinamica collettiva, la difficoltà di capire cosa succede quando sono tante le mongolfiere e tutte si muovono lentamente secondo le proprie traiettorie.

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Dalla presentazione di “Ninna nanna dei sogni”

“Forse pensare di scrivere per i bambini è pura presunzione. Alla fine si scrive come sempre per se stessi o al massimo, quando si riesce, a quella parte ancora viva di noi che continua imperterrita a credere nei sogni”.

TNL: Ninna nanna dei sogni è una canzone per un bimbo che non vuole addormentarsi, ma anche per gli adulti che vorrebbero sognare. Gianmaria Testa sogna nelle sue canzoni?

TESTA: La ninna nanna è davvero stata composta per una bambina. Il mondo dei bambini è più diretto, colorato e sicuramente meno legato a sovrastrutture. Il mio approccio alle canzoni è legato alla voglia di esternare e raccontare, di cercare un canale per poter esprimere le mie emozioni e sensazioni. In definitiva, una forma alternativa di comunicazione. E’ un processo quasi psicanalitico, che si esprime spesso in tempi lunghi. Le canzoni sono spesso cantate molto tempo dopo essere state scritte, anche perché cantarle mi provoca sensazioni davvero molto forti.

Ieri sera a Bra lo spettacolo con Giuseppe Battiston “ITALY – SACRO ALL’ITALIA RAMINGA”.

Italy è un poema di Giovanni Pascoli ispirato a una vicenda realmente accaduta a un amico del poeta, ha come sottotitolo Sacro all’Italia raminga e narra le vicende di una famiglia di emigranti. 

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 Giuseppe Battiston e Gianmaria Testa – Credit: Laila Pozzo

TNL: Nelle sue canzoni sembra voler descriverci tutti come emigranti del nostro tempo (anche i più fortunati), in perenne viaggio. Verso cosa?

TESTA: In realtà non sono convinto che ci stiamo muovendo. Siamo dei viaggiatori immobili, mi sembra che stiamo arrancando nel nostro tempo, inseguendo la tecnologizzazione della nostra stessa vita di tutti i giorni. Uno strano movimento ha preso il via dopo la seconda guerra mondiale. In precedenza, ogni nuovo sviluppo scientifico e tecnologico era accompagnato da un periodo di sedimentazione sociale. Partendo ancora più indietro nel tempo, la rivoluzione industriale e lo sviluppo ad essa legato hanno permesso l’elaborazione di teorie sul lavoro (ad esempio con Marx). E’ stato possibile avere i braccianti agricoli protagonisti del dipinto Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, nella rappresentazione culmine del proletariato. Oggi invece l’informazione di Internet viene subita, non governata dalla gente. Il tempo è sempre poco e si finisce per andare avanti, veloci, su binari paralleli e sempre più lontani.

TNL: Mio figlio mi ha osservato mentre cercavo del suo materiale su YouTube e (da nativo digitale) mi ha detto: “si vede che gli piace caricare di più i live…”. Sembra esserle veramente congeniale la dimensione dell’Incontro-Concerto…

TESTA: (Sorride) Beh, innanzitutto devo tranquillizzare il ragazzo: sicuramente non ho caricato io i video! Non ho un gran rapporto con la tecnologia internet.

Scherzi a parte, il mio contatto con il pubblico è un qualcosa che nasce dal mio rapporto stesso con la musica, con le canzoni.

Avrei preferito non scrivere canzoni ed esprimermi con altre forme d’arte che non prevedessero la mia presenza…

Ma quando salgo sul palco, che io sia all’Olympia piuttosto che in un piccolo club, cerco di passare al pubblico le mie sensazioni, il mio racconto in musica.

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TNL: “Un po’ di speranza è necessaria” raccontava alla presentazione di “Vitamia”. Come vede in questo momento il nostro futuro. Dopo la frustrata depressione sociale di questi anni, si vede questa benedetta/maledetta luce alla fine del tunnel?

TESTA: Gli ultimi venti anni sono stati un periodo di continuo abbattimento della soglia etica, una disgregazione senza fine dei sogni e delle ambizioni delle giovani generazioni. La mia generazione ha vissuto pensando di aver davanti un futuro migliore del presente e questo ha permesso di vivere il quotidiano nella pienezza della propria forza e delle aspettative.

Adesso si ha invece davanti la precarietà come meccanismo dissuasivo, il miglior modo per far tenere “le ali basse”.

Del resto i referendum tra i lavoratori a cui abbiamo dovuto malgrado assistere e che proponevano come alternative, da una parte la riduzione dei diritti e una ulteriore flessibilizzazione del lavoro, dall’altra l’eventualità funesta di una delocalizzazione all’estero degli impianti produttivi…

Come ho già detto io vedo una speranza legata ad un percorso comune, sulla base di una reale evoluzione sociale.

 

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