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Articolo e foto: Laura Onorato (Milleviolini)

Nei miei giri di vento Fringe, sto scoprendo quanto sia piacevole l’esperienza da spettatrice, in un luogo in cui il palcoscenico si allunga fino alla platea, utilizzando lo spazio in maniera totale.

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È un modo questo, in cui ogni cosa sembra servire alla scena, persino la mia presenza assume un significato diverso, è un modo che mi chiede di stare ma anche, per qualche attimo, di essere parte. Ci si guarda negli occhi e ci si parla praticamente in faccia.

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Lo fa Federico Janni in “Resta”, prodotto dalla Compagnia del Calzino, con un testo di Silvia Marchetti. Il professore Josef Canetti, si siede in cattedra e noi, pubblico, diventiamo classe. Lo sfidiamo con il nostro silenzio e con il nostro silenzio instilliamo il dubbio che sia un mostro, colpevole della morte di Margherita, che occupava, probabilmente, il posto vuoto in ultima fila.

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Canetti si alza dalla cattedra, passa tra i banchi e ci sputa addosso la sua frustrazione e la sua rabbia, prova a spiegarci la sua integrità e la sua innocenza. E noi stiamo in silenzio, come 25 anni fa nell’ora di lettere, a cercare il nemico.

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Rimanendo seduti sulle stesse sedie di Via Baltea 3, troviamo un altro nemico, un altro mostro. “Simu e pùarcu “, prodotto da Wobinda, scritto ed interpretato da Angelo Colosimo, con la regia di Roberto Turchetta, ci toglie il fiato come fa la morte e la morte, quella violenta, te la sbatte in faccia, tanto che ti sembra di sentirne l’odore ed il pianto di paura.

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Angelo Colosimo racconta, con vivezza di particolari ed un ritmo incalzante, la storia vera di Santino, morto ammazzato come si fa con i maiali, in un rituale macabro che assomiglia ad una celebrazione laica, dove il vino diventa sangue, ma solo di un povero Cristo.

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La narrazione, fatta per voce del carnefice, non risparmia nulla, ci fa sentire la cattiveria di chi uccide, la paura di chi muore, la disperazione di chi perde tutto e non trova pace e neanche giustizia. C’è  una cosa che succede alla fine dello spettacolo di Angelo Colosimo, qualcosa che al Fringe accade.

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L’attore stringe le mani  agli spettatori, mentre sono ancora seduti. Tutti, uno ad uno. Sempre questione di mani, ma molto di più di un applauso.

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