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Furono 43 minuti tra sport e follia a dividere lo start dall’arrivo del gran premio di Spagna, in un pomeriggio di aprile del 1975.

Alla partenza, in fila 12, qualificata con il 24mo tempo, in una grande macchina bianca sponsorizzata dal simbolo del caffè italiano, una ragazza sfidava la pista, attorniata da cavalieri della velocità rudi e piuttosto scostanti.

Lella Lombardi, la “tigre di Torino”, come la chiamavano gli inglesi, era ferma al semaforo di partenza, tenendo su di giri il motore della sua March Ford, tenendosi dentro tutta la sua difficoltà di essere un’intrusa del gentil sesso”.

Nella società di allora, nel 1975, in uno sport tutto declinato al maschile, una donna non arrivava in Formula 1 per caso, ma per volontà, passione, capacità e una incredibile voglia di lottare.

Maria Grazia “Lella” arrivava da Frugarolo, un piccolo paese dell’alessandrino, cresciuta con il mito della velocità, forse per una passione nata a bordo di un’Alfa Romeo, da bambina.

Una ragazza fuori dal comune: a 8 anni già capace di guidare, a 20 pronta a raddrizzare a ruote fumanti le traiettorie dei tornanti del Turchino, che dal suo paese la portavano giù nella riviera ligure, a consegnare carni e salumi dell’azienda di famiglia, su un furgone che ben poco aveva a che spartire con i bolidi che presto avrebbe domato.

Il mito di Lella Lombardi nasce proprio tra quei tornanti: palestra naturale che avrebbe continuato per tutta la vita a percorrere e che l’avrebbe proiettata in una dimensione sportiva speciale.

La difficile partenza di quel Gran Premio di Spagna fu un paradigma dei suoi primi anni al volante: resistere e tirar dritto, senza paura, con una determinazione quasi innaturale.

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La sua carriera era iniziata di nascosto, nel 1965 con una Formula Monza acquistata a rate, ma in costante progressione, fino ad arrivare al top, in Formula 1, nel 1974, in un’era motoristica in cui i siluri motorizzati degli anni ’60 erano stati soppiantati da auto in cui il sogno aerodinamico diventava realtà e grandi alettoni pieni di adesivi di sponsor rendevano le monoposto delle avveniristiche astronavi su ruote.

Lella, dopo una prima comparsa nel 1974, nella stagione successiva, aiutata dal conte Gughi Zanon di Valgiurata, una figura mitica del motorismo, riuscì ad avere dall’inizio del campionato una March Ford.

Una stagione durissima, per la difficoltà sportiva di sfidare i colossi Ferrari e McLaren e di diversi team privati che formarono una delle più enormi, variopinte e competitive griglie nella storia dell’automobilismo.

Pochi i riferimenti nell’ambiente, gli scambi con i colleghi, che in fondo avevano ad ogni gara paura di rimaner dietro alla “ragazza” e che le avevano reso spesso la vita difficile, come lei stessa aveva senza remore raccontato in una conferenza stampa.

Una amicizia speciale in realtà c’era: con il pilota forse più rude in quella pattuglia di matti.

Tra Lauda, Fittipaldi, Peterson Merzario e Hunt, scelse come riferimento “the Monza gorilla”, come lo soprannominavano i media: Vittorio Brambilla da Monza, uno che come lei, cresciuto vicino al tempio brianzolo della velocità, conosceva solo la regola di “volante ben saldo e piede destro affondato sull’acceleratore.

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La traiettoria di Lella in Formula 1 fu imperfetta come quella gara di Spagna del ’75 e quando uno dei big si trovò appiedato, la March gli offrì per correre la monoposto della ragazza di Frugarolo.

Tornando a quel pomeriggio di gara, sotto quel casco, a duecento pulsazioni al minuto, correva sperando di mantenere la posizione che con i denti stava difendendo.

Dopo mezz’ora il destino piegò le sorti di quell’evento: si staccò un alettone dalla vettura di Stommelen, il tedesco che guidava la corsa, facendolo sbattere violentemente contro le barriere la vettura stessa che poi finì sugli spalti, uccidendo 4 persone.

Furono dieci minuti di caos totale che seguirono a quell’urto e quando il direttore di gara si decise a sospendere la corsa, la classifica raccontava senza bugie che Lella era lì, sesta, ultima a poter raccogliere dei punti in classifica.

Il sesto avrebbe raccolto 1 punto, ma i piloti avevano potuto compiere meno della metà dei giri.

E allora il suo piccolo punticino si trasformò per regolamento in quello scherzo matematico che è la frazione: ½ punto.

Mezzo punto in più, quello che la trasformava in qualcosa in più che una pilota.

Spesso gli appassionati di motori hanno storto il naso pensando che in fondo mezzo punto raccolto in una situazione particolare, durante un gran premio quasi stregato, non fosse altro che un colpo di fortuna, un regalo del destino.

Mezzo punto fu sufficiente nel 1984 a Niki Lauda per vincere il suo terzo titolo mondiale battendo Alain Prost.

Per Lella fu toccare il cielo con un dito per un attimo e poi il modo migliore per congedarsi dalla Formula 1.suelella

Il suo sogno, pur se imperfetto, si era avverato.

Disse proprio lei che “Quando si ritorna dalla Formula Uno vuol dire che qualcosa non ha funzionato”, ma non se ne curò troppo, o forse non lo diede a vedere.

Ed iniziò a correre in altre categorie: ogni bolide su quattro gomme avrebbe potuto tutto sommato permetterle di vivere a pieno la sua passione.

Arrivarono successi e soddisfazioni, poi una brutta malattia che, troppo giovane se la portò via, lasciando in eredità la storia di una ragazza che aveva sognato di essere Lella Lombardi e ci era riuscita, con discrezione, con pacatezza, con l’understatement tipico dei piemontesi che hanno scritto pagine importanti di storia.

Grazie Lella.

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