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Era l’estate del 1971, una stagione che aveva portato tanti turisti in Costa Azzurra, dove il maestro Picasso si era chiuso in un dorato buen ritiro, tra Cannes e Mougins.

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Urss e USA continuavano la loro corsa allo spazio, con alterne sorti ed intanto a poca distanza dall’abitazione del maestro, in una assolatissima Le Castellet, il grande Jackie Stewart, lo “scozzese volante” vinceva il gran premio di Francia di Formula 1, preparandosi a conquistare il suo secondo mondiale piloti con la Tyrrell.

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Il 3 luglio la notizia della scomparsa di Jim Morrison, trovato senza vita nella sua abitazione parigina, aveva gettato nello sconforto il mondo della musica. E nella rovente calura estiva, arrivavano in costa azzurra gli echi di una “rivolta” musicale avvenuta a Milano, nel Velodromo Vigorelli, dove una tappa della tournee musicale Cantagiro si era trasformata in una vera e propria battaglia: fans in estasi per i 26 minuti di concerto dei Led Zeppelin avevano dapprima contestato duramente l’obsolescenza della rappresentanza musicale italiana (fu il giorno più buio per Morandi) e poi trasformato l’arena in un campo di guerriglia contro la polizia italiana.

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I Led Zeppelin si esibiscono al Velodromo Vigorelli di Milano il 5 luglio 1971

Pablo Picasso in quei giorni stava lavorando ad una tela, ancora poco soddisfatto del risultato.

Si trattava di “At work” un olio su tela che completerà in agosto (dono di Jacqueline Picasso in onore del grande impegno del Museo nella commemorazione dell’artista. Numero di Catalogo MoMA: 344.1985).

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“At work” – Olio su tela – Picasso (1971)

Aveva chiesto in quei giorni, infastidito da una serie di piccoli corto circuiti in alcune delle stanze della residenza, di far arrivare un elettricista bravo.

Si era presentato Pierre Le Guennec, un trentenne della zona, con la sua valigetta degli attrezzi blu.

In pochi giorni si era conquistato le simpatie e la fiducia del maestro, forse per la sua riservatezza, il suo modo di lavorare in silenzio, rispettoso dell’attività artistica in cui era avvolta quella abitazione.

Lavorò tanto in quei due anni Le Guennec per il Maestro, sino a quando era andato a dipingere e raccontare la sua arte in un’altra dimensione.

Passano quasi 40 anni e, nel settembre del 2010, l’ormai settantenne Signor Le Guennec e consorte si presentano vestiti di tutto punto agli uffici parigini di Claude Picasso, figlio dell’artista e gestore della Picasso Administration, istituzione che controlla i diritti sulle opere del padre, con una valigia dello stesso blu della compagna di lavoro degli anni ’70, colma di opere, se ne conteranno 175, tra cui schizzi, disegni, dipinti e litografie, da loro stessi attribuite a Pablo Picasso.

Una delle opere consegnate da Le Guennec
Una delle opere consegnate da Le Guennec

L’elettricista sostiene che la moglie di Picasso – allora Jacqueline – gli avesse regalato una scatola piena di opere del marito nel 1971 o 1972.

Inizialmente si crede che le opere siano false, successivamente si scopre che le opere portavano un sistema di numerazione noto solo all’artista. Tra queste opere c’erano anche diversi college cubisti ritenuti rari e dati per dispersi quando si era allagato lo studio di Picasso.

Il figlio di Picasso, Claude, contatta l’avvocato di famiglia e sporge denuncia. Tre settimane più tardi la polizia fa irruzione nella casa della coppia confiscando ulteriori opere: il numero totale sale ad oltre 270. Il valore della ”collezione Le Guennec” è stimato ufficiosamente 60 milioni di euro.

Una delle opere consegnate da Le Guennec
Una delle opere consegnate da Le Guennec

Nel 2015 i giudici francesi hanno stabilito che non fosse possibile attribuire responsabilità di furto delle opere all’elettricista, ma allo stesso tempo lo ha accusato di possedere opere rubate.

E allora il fantasioso elettricista si lancia in una nuova versione, raccontando che la moglie dell’epoca di Picasso, in rotta di collisione con il figlio Claude dell’artista, volendo evitare di inventariare alcune opere per la successione, aveva raccolto le 270 opere in sacchi della spazzatura lasciati poi a casa dell’elettricista.

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Pierre Le Guennec e sua moglie durante il processo

Pierre Le Guennec e sua moglie vengono condannati nel marzo del 2015 dalla corte a due anni con la condizionale, mentre le opere ritornano in possesso del fondo guidato dal figlio del maestro.

Il caso non è isolato ed in realtà il buon Picasso pare essere stato molto generoso nella sua vita, regalando tantissimi dei suoi lavori alle persone vicine: ad esempio al suo tuttofare, Maurice Bressenu; a lui (e questo è accertato) Picasso era molto legato, tanto da chiamarlo «Nounours» (in francese, orsacchiotto).

Picasso regalava le proprie opera a chiunque: da uomini di alta cultura come Max Jacob e Paul Eluard (hanno ricevuto doni fra le due guerre, quando entrambi non se la passavano proprio bene) alle donne con le quali Picasso ha avuto storie, anche di una sola notte (certe volte erano proprio il ritratto nudo).

Un caso a parte è l’amicizia con il barbiere Eugenio Arias, spagnolo, di Vallauris, che iniziò a lavorare (a domicilio) per Picasso nel 1947. All’artista piaceva parlare spagnolo mentre Eugenio lo radeva. Si racconta, tra leggenda e mito, che Picasso regalò addirittura una Renault Dauphine ad Eugenio, perché venisse due volte alla settimana a casa sua, dopo il suo trasferimento lontano da Vallauris.

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Picasso ed il suo barbiere di fiducia Eugenio Arias

Gli donò anche diverse opere. Che Arias però non vendette. Le regalò al suo paese natale, Buitrago del Lozoya, nella Castiglia, che ne ha fatto un museo .

Ma questa è un’altra storia…

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Una sala del Museo Picasso di Buitrago del Lozoya – Collezione Eugenio Arias
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