1
Shares

Da un articolo di Patricio Nogueira

Il 26 maggio 1949, la prima squadra ‘millonaria’ si recò nella città di Torino per incontrare una selezione di giocatori italiani riunitisi per l’occasione, dal nome Torino Simbolo. Alcuni giorni prima, il 4 maggio, era infatti precipitato l’aereo sul quale viaggiava tutta la squadra del Torino campione d’Italia quattro volte consecutivamente, provocando una tragedia che commosse gli ambienti calcistici di tutto il mondo.

Quella brillante squadra del Torino, che riusciva a tener testa ai fortissimi rivali cittadini della Juventus, era reduce da una trasferta a Lisbona, dove aveva disputato un’amichevole con il Benfica. Il 4 maggio, durante il volo di rientro, il pilota fu costretto a deviare su un aeroporto diverso da quello previsto a causa delle sfavorevoli condizioni meteorologiche e invece di dirigersi a Malpensa dovette puntare su Caselle, che per quanto sia più vicino alla città di Torino ai tempi non era attrezzato per aeromobili di quelle dimensioni. A ogni modo fu un errore umano a causare l’incidente, dato che il pilota calcolò male l’altitudine e fece schiantare l’aereo sulla collina di Superga, da cui il nome con cui si parla da quel momento in poi della tragedia.

torino-2

Non ci fu alcun superstite e fra gli altri perirono giocatori illustri come Valentino Mazzola, Castigliano, Rigamonti, Bacigalupo, Gabetto, Ossola e Ballarin. Quella squadra aveva conquistato lo scudetto del 1942/43, l’ultimo concluso durante la Seconda Guerra Mondiale, si era poi aggiudicato, dopo essersi rinforzato, quelli del 1945/46, 1946/47 e 1947/48 ed era avviato a vincere anche quello del 1948/49, che si sarebbero poi assicurato le riserve, non coinvolte nella sciagura.

Appena venuto a sapere dell’incidente, l’allora Presidente del River Plate, Antonio Vespucio Liberti, pensò che il Club ‘millonario’ avrebbe dovuto recarsi immediatamente in Italia per realizzare una campagna di solidarietà umana e sportiva con l’unico scopo di raccogliere fondi per i familiari delle vittime. Questo è quanto avvenne già il 26 maggio e con la partecipazione di tutti i campioni del River Plate, ragion per cui in Argentina ad affrontare in campionato la capolista Racing furono lasciate le riserve.

La partita con il Torino Simbolo si disputò di fronte a più di 70.000 persone che acclamarono la delegazione riverplatense per tutto il tempo, da quando comparve sul campo sventolando bandiere italiane e argentine a quando l’arbitro fischiò la fine. Prima dell’inizio, le rappresentative si scambiarono gagliardetti, fiori e cimeli, fra cui la maglietta numero 10 del Torino che era stata del grande Mazzola.

Il Torino-Simbolo schierò una selezione dei grandi calciatori delle squadre italiane. Indro Montanelli lo aveva messo nero su bianco: “Il Torino non è morto: è soltanto in “trasferta””. A rappresentarne lo spirito, una nazionale in maglia granata ricca di stranieri. Tutti nomi da leggenda. Il nordico John Hansen, il portiere goleador Sentimenti IV, Pietro Ferraris, l’uomo da sei scudetti e una coppa Rimet, fino a pochi mesi prima pedina del Grande Torino. Storici avversari del Toro, indossarono la maglia che fu di Valentino Mazzola e compagni. Il cuore bianconero di Boniperti si mescolò a quello rossonero di Nordahl. Il River davanti al arquero Carrizo, schierava Vaghi e Soria terzini, Jacono, Rossi e Ramos in mediana, De Cicco, Colli, Di Stefano, Labruna e Loustau all’attacco. Ma soprattutto sfoggiò con orgoglio le sue casacche bianche attraversate da una banda rossa. Una striscia trasversale che quel giorno aveva l’odore del sangue, il profumo del dolore, la passione della solidarietà.

Di seguito, una banda militare suonò gli inni italiano e argentino, il secondo dei quali applaudito dalla gente. Alla fine della partita, molto ben giocata, il risultato fu di 2-2: per il River avevano segnato Angel Labruna nel primo tempo e Alfredo Di Stefano nel secondo. Nel dopopartita, l’allenatore del Torino Simbolo in persona, Ferruccio Novo, dichiarò che “i giocatori del River hanno un magnifico controllo di palla” e contemporaneamente Liberti affermò che il gioco di entrambe le squadre era stato “magnifico”.

Prima di riattraversare l’Atlantico, il Club Atlético River Plate fu ricevuto dal Presidente della Repubblica Einaudi e da Papa Pio XII. Tre giorni dopo, i reduci dalla trasferta italiana non scesero in campo nel campionato argentino.

Tre giorni più tardi, le riserve del River sconfissero il Racing alla Bombonera con due gol di Emilio Fizel e uno di Ramón Moyano. Senza dubbio il successo più importante il River l’aveva però ottenuto in Italia attraverso il riconoscimento unanime accordatogli per il suo spirito di solidarietà e la sua generosità. Fu anche l’inizio di una stretto legame con il Torino, dato che da quel momento e per vari anni a seguire il River non usò più la tradizionale seconda maglia tricolore bensì quella granata. Si giocò anche un’altra partita con il Torino tre anni più tardi, il 16 gennaio 1952 (fu un 3-3 con doppietta di Vernazza e gol di Labruna) e fu l’occasione per rinnovare il legame fra le due Società e omaggiare nuovamente le vittime di Superga.

 

Previous post

Alla scoperta delle antiche Segreterie di Stato di Casa Savoia

Next post

Aria "Fringe" su Torino