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In via Carlo Alberto numero 6, all’angolo con l’omonima piazza, abitò per un breve periodo Friedrich Wilhelm Nietzsche. Il suo appartamento, costava ammobiliato 30 lire al mese, ed era di proprietà di Davide e Candida Fino, gestori della rivendita di giornali giù nella piazza. Fu proprio in quella casa che il filosofo scrisse il libro della sua vita, Ecce homo. Nietzsche, a quanto si apprende dai suoi scritti, era letteralmente innamorato dell’atmosfera torinese. Abitò a Torino per sei mesi, dal 5 aprile al 5 giugno 1888 e dal 21 settembre ai primi del 1889 – “Meravigliosa limpidezza, colori d’autunno, uno squisito senso di benessere diffuso su tutte le cose”.

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Entusiaste le parole che scrisse all’amico Peter Gast, in una lettera del 20 aprile 1888: “Torino, amico mio, è una scoperta capitale… sono di buon umore e lavoro dal mattino alla sera – un piccolo pamphlet di argomento musicale mi tiene occupate le mani. Mangio come un dio, riesco a dormire nonostante il rumore delle carrozze che passano di notte. Tutti questi sono segni di un eccellente adattamento di Nietzsche a Torino. E l’aria: secca, energizzante, allegra: il primo luogo in cui sono possibile!”

Del capoluogo piemontese il filosofo amò l’eleganza dei portici, gli specchi, su cui spesso si rifletteva, le tappezzerie e le decorazioni dei plafonds degli antichi caffè rococò, la pavimentazione squadrata e marmorea degli interni e delle strade. Come ricorda la lapide di via Carlo Alberto, preparata dallo scrittore Rubino per il centenario della sua nascita, Nietzsche “conobbe la pienezza dello spirito che tenta l’ignoto, la volontà di dominio che suscita l’eroe”.

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Una “pienezza” che culminò nella follia. Il 3 gennaio del 1889, nel centro di Torino, Nietzsche, uscendo di casa, vide un cocchiere frustare a prendere a calci il suo cavallo.

“Tu, disumano massacratore di questo destriero!”, inveì il filosofo furibondo abbracciando e baciando sconvolto il cavallo. Tornò a casa accompagnato, gridando di essere “Dioniso o Gesù Crocefisso” e “il signore e il tiranno di Torino”. Qualche giorno dopo fu portato via dalla città dall’amico Overbeck per essere curato a Basilea. Si dice che lasciò Torino cantando per Porta Nuova canzoni napoletane, convinto di essere il re d’Italia.

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