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Riproponiamo un articolo scritto nell’aprile del 2013 con Edoardo Santoro, progettista della attuale area dell’orto di Palazzo Madama.

Il Giardino del Castello a Palazzo Madama: come è nato il progetto e i “retroscena” che hanno portato alla nascita di questo giardino nel cuore della città, punto di incontro e confronto per i cittadini che qui avranno la possibilità di conoscere frutti e ortaggi antichi, spontanee, officinali e arredi d’epoca.

Un giardino del principe (iardinum domini) con fontana, topia archivotata (pergolato),graticci a losanghe,ribes maggiorana e more; un boschetto (viridarium) con alberi ad alto fusto, piccoli frutti, rose selvatiche e arbusti, una porcilaia e una falconara; un orto (hortus) con aiuole di ortaggi, medicinali e filari di vite e alberi da frutto. Queste sono una parte delle preziose notizie presenti su antichi documenti conservati a Palazzo Madama che raccontano uno spaccato della vita dell’allora Castello di Torino tra il 1400 e il 1500, periodo nel quale il castello è stato abitato dagli Acaja e dai Savoia.

Ma dove si trova questo nuovo giardino e cosa è successo negli ultimi secoli fino alla fine del 2010?

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Ci troviamo nel fossato di Palazzo Madama, un terreno circa 5 metri sotto il livello di Piazza Castello a Torino che circonda 3 lati del palazzo. Non è semplice capire come effettivamente sia stato utilizzato questo spazio nei secoli: i documenti relativi al 1400-1500 sono gli unici che aiutano a visualizzare il fossato e le zone limitrofe, successivamente si può solo ipotizzare (attraverso planimetrie della città e qualche documento) che il fossato sia rimasto quasi costantemente in stato di abbandono, addirittura con baracche e strutture provvisorie. Interessante leggere un articolo di Oreste Mattirolo di inizio novecento nel quale, oltre a descrivere le condizioni climatiche del fossato, elenca tutte le specie presenti (o i semi) in quegli anni e constatare che accanto alla vegetazione spontanea crescevano ortaggi, fiori e frutti che testimoniano un sicuro passato di area coltivata.

Per progettare il giardino è stato fondamentale unire le competenze su vari fronti: da quello botanico e agronomico a quello storico-artistico, da quello architettonico e impiantistico a quello della sicurezza, da quello didattico e divulgativo a quello sociale. Di fronte oltre 1000 metri quadri di infestanti, terra talvolta arida e talvolta troppo umida, mura di mattoni ovunque, zone d’ombra completa e altre con il sole a picco nelle ore più calde; ma anche sfiati dell’impianto di condizionamento e almeno una cinquantina di tombini noti e ignoti oltre che vincoli dati dagli accessi al giardino, dal percorso per il pubblico e dagli ampi spazi previsti per l’accoglienza e il ritrovo dei gruppi.

I documenti confermano la presenza di tre aree verdi ben distinte che si trovavano nel fossato o nei suoi pressi. Non facile immaginarle nelle condizioni del fossato degli ultimi anni, fino all’estate 2010

Nella foto ecco la zona destinata a diventare Iardinum domini (Giardino del principe). Alte mura del palazzo ed esposizione nord/nord-est sono stati sicuramente gli ostacoli maggiori per provare a rendere questa parte la più “ornamentale” di tutto il giardino, quello di Ludovico d’Acaia (descritto tra il 1402 e il 1418).

Si parla di un giardino lastricato in pietra, con una topia per la vite e le rose e “certa alia edificia ac adornamenta”, forse piccoli padiglioni, “stanze” e sedili erbosi per la lettura, per il gioco o il riposo. Anche se di piccole dimensioni, il giardino del Castello di Torino, appare come tanti giardini descritti nelle fonti di primo Quattrocento.Negli anni successivi (1418-1506) i documenti testimiano la presenza del giardino dei duchi di Savoia (Amedeo VIII) e si trovano ancora informazioni su piante profumate in vaso (menta e maggiorana), prati “millefleurs” (con fiordalisi, scabiose, primule, viole e margherite) e persino una gabbia per pappagalli.

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Nelle foto i due estremi del fossato, futuri Viridarium ovvero boschetto. Sono le zone più ampie, a ridosso delle mura in mattoni che danno sulla piazza ma con un ampio sviluppo all’interno del fossato, tanto da avere un’ottima esposizione est-sud ed est-nord.I documenti parlano di uno spazio verde-viridarium di una certa ampiezza fuori dalle mura romane della città a ridosso dell’attuale fossato, forse per un certo periodo riempito d’acqua. Qui si trovava la “vinea” – vigna – del principe e lo spazio era delimitato da una fitta siepe spinosa di arbusti, c’era inoltre un roseto e piante officinali. Tra le spese citate, molte riguardano pali in legno per sostenere alberi da frutto e ad alto fusto, coltivati a filari (sono documentati susini, amareni, castagni, salici e anche una palma e un ulivo)

Da notare più punti in cui sono citati una falconara (con annessa la casa del falconiere), un recinto per le galline con dei pollai e una porcilaia. Sono presenti molte informazioni sulla gestione della vigna, sulla vendemmia e dunque la produzione locale di vino per la mensa del principe.

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Nell’immagine uno zoom dell’acquerello realizzato appositamente per il giardino dove si vedono gli alberi ad alto fusto, le panche intrecciate, il tetto della falconara, le siepi e gli arbusti in fila.Il progetto di ricostruzione ha consentito di mettere a dimora tutte le specie citate, oltre che le strutture e gli arredi.

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Infine l’ultimo spazio verde documentato è l‘orto – hortum. 

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Nelle foto ecco la parte che si trova interamente sotto la facciata orientale del castello. Negli ultimi anni è stata utilizzata dal pubblico che, attraverso una pedana in legno, poteva raggiungere un’area del museo altrimenti inaccessibile. Ci troviamo in area ottimamente esposta per l’orto dove sono coltivate molte piante diverse che godono di esposizione solare fino alla tarda mattinata e poi si rinfrescano con l’ombra delle mura nel pomeriggio. Nei documenti l’orto è delimitato da “triglas”, recinzioni in legno con disegno a losanghe e all’interno si trova un pozzo in pietra con dei canali per l’irrigazione. Le aiuole, quadrate o rettangolari, formano una scacchiera e sono leggeremente rialzare dal terreno con cordoli in salice, castagno o laterizi. Negli anni successivi si creano due porte di accesso con serratura (un dato che conferma l’importanza dell’orto del principe) e si realizzano due filari con 12 peri e 12 meli allevati a spalliera.

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Non sono molte le colture citate nell’orto di quell’epoca. Si parla solamente dell’acquisto di piante di porri e spinaci. Molto probabilmente altri ortaggi e officinali erano già presenti o coltivati dai giardinieri del castello e dunque non è stato necessario rendicontarne l’acquisto. Le scarse informazioni sulle piante dell’orto hanno orientato il progetto su un “orto botanico medievale” dove nelle aiuole sono coltivate tutte le specie alimentari, medicinali e utili presenti all’epoca e fondamentali nella vita di tutti i giorni nel castello.

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Due parole a parte meritano i giardinieri e i lavoranti citati nei documenti. Importantissimo il ruolo delle donne impegnate nella cura dell’orto: semine, sarchiature, zappettature. Erano Franceschina Castoleria, Florina, Caterine Sache.

La figura principale è però “l’hortolano domini” Manfredus Roveto, l’intendente dei giardini che forse non si occupava direttamente del giardino bensì di coordinare e dirigere i lavori dell’orto e nella vigna. Il figlio Thomas Roveto, suo successore, dovette pagare il salario a 54 lavoranti che in un giorno hanno potato le viti, zappato l’orto e costruito le recinzioni!

Che onore ridare vita al giardino del Castello e ricopire il ruolo di hortolano domini!!

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