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Quando martedì si è diffusa la notizia che Marco Borriello aveva firmato il contratto con l’Union Deportiva Ibiza, la ripescata della Segunda División B (che corrisponde alla serie C italiana) qualcuno su Twitter ha aggiornato la classifica personale di chi avrebbe voluto essere, mettendo l’attaccante napoletano al primo posto.

Forse c’era anche un pizzico di ammirazione per un uomo che ha avuto il coraggio di fare downshifting, di scalare la marcia, rinunciando a qualcosa per guadagnarne un’altra.

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Si iniziò a parlare di downshifting nel 2011, nel pieno della durissima crisi che avrebbe così radicalmente cambiato il nostro modo di vivere.

Tradotto letteralmente significa “scalare di un marcia”, ma questa parola non viene esclusivamente utilizzata per esprimere questa azione ma piuttosto per identificare una filosofia di vita che negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia è da tempo presa in seria considerazione.

Il Downshifting consiste nell’abbandono di una carriera economicamente decorosa e altamente stressante, per uno stile di vita circondato da meno denaro ma più gratificante. Il desiderio di godere appieno tutto ciò che la vita ha da offrire è un desiderio legittimo che molte persone cullano, ma che poche realizzano.

Forse ha qualche similarità con lo scenario di “decrescita felice” che Edmondo Berselli anni fa predicava, inascoltato, ma di sicuro prende forma nei desideri di molti come la possibilità di vivere in un isolotto, senza troppe pretese, ma con la possibilità di godersi appieno la vita.

Ma mi chiedo: è proprio quello che vogliamo?

Gli esperti raccontano spesso di manager che riescono solo a lavorare su un interruttore: «Alternano il lavoro massacrante a periodi di isolamento totale, senza mai trovare un equilibrio».

Per alcuni il tempo da dedicare al lavoro è infinito, mentre per tutto il resto è invece finito. Il lavoro diventa alla fine così logorante, gravoso e faticoso che non rimangono più energie per il resto.

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E nasce allora la opportunità del downshifting.

Spesso manager, o persone professionalmente affermate, che rinunciano alla carriera scegliendo di investire su loro stessi: quindi molto meno stress, ore passate al telefono, imbottigliamenti nel traffico e riunioni fino a sera tardi.

Le conseguenze di questa scelta sono evidenti, meno lavoro = meno soldi.

Il downshifting è il riadattamento della propria condotta verso uno stile di vita più lento e più semplice: quindi meno ore di lavoro per dedicarle ad altri valori della vita, che spesso venivano accantonati o trascurati per mancanza di tempo.

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Ma è questo che davvero vogliamo?

Siamo sicuri che il problema risieda nella voglia di spingere sull’acceleratore (per rimanere in campo automobilistico)?

Se è vero che l’esperienza ci insegna che non è la condizione economica a garantirci la felicità, è altrettanto vero che la vita in un mondo di opportunità, un mondo iperconnesso, per fortuna non solo plasticamente avvolto nei matrimoni “Ferragnez”, non ci dispiace per nulla.

In tanti anni non sono riuscito a trovare un giusto equilibrio, ma ho l’impressione che piuttosto che “scalare di marcia” proverò a metterne una più alta, evitando di aumentare lo sforzo quando la velocità diminuisce.

Ci sono momenti dell’anno, ad esempio in dicembre ed ancora in marzo, in cui davvero sento la fatica di stare al passo con tutte le attività da farsi.

Ecco, proprio in quei momenti proverò a non contrastare la stanchezza con la cattiveria e la determinazione che ho sempre pensato potessero esserne medicina.

Meglio in quel caso qualche giorno di lento e meritato cazzeggio.

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E poi, in barba ad ogni famelica tentazione commerciale, come da qualche tempo ormai è mia consuetudine, continuerò a selezionare le opportunità, evitando lo stress di progetti brutti o a budget inesistente, realizzati solo per “favori di mercato”.

Io non voglio lavorare di meno, voglio solo lavorare meglio. Amo il mio lavoro.

Aspettando le prossime vacanze 😉

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