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“[…] gli spiriti dividono, assottigliano e separano i princìpi, rendendo così la materia di natura diversa da quella che era precedentemente” [Lémery, 1684]

Alle origini della birra

Se dovessimo immaginare un uomo dell’antichità sorseggiare al pub una birra fresca, saremmo decisamente fuori strada. Infatti, la birra come la conosciamo oggi è nettamentee cambiata dalla misteriosa pozione che conquistò il palato dei nostri antenati.

La birra è di fatto una delle più antiche bevande al mondo. Non si può stabilire con certezza quando e come è stata scoperta; le prime tracce di cereali fermentati risalgono alle isole Orcadi nel 10’000 a.C, ma solo con l’arrivo dei Sumeri si hanno delle testimonianze certe di produzioni organizzate, dove la birra veniva vista come parte fondamentale della vita sociale dell’epoca. Infatti, i suoi usi erano molteplici: oltre ad essere un vero e proprio alimento, tant’è che veniva data anche ai bambini, poteva essere usata come moneta di scambio ed era frequente che i salari degli operai venissero pagati in birra. Essa diventa inoltre parte imprescindibile della spiritualità, come elemento di connessione con il divino nei rituali religiosi e contribuendo a creare nuove divinità.

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All’epoca la concezione dell’oro liquido era molto diversa, sia per le differenti tecniche produttive che per gli ingredienti. Per conferirne aroma e amaro non era impiegato il luppolo, bensì un mix di erbe aromatiche, chiamate gruit, che donava un gusto singolare alla bevanda.

I popoli germanici iniziarono a usare il luppolo come conservante già nel primo millennio dopo Cristo e, con la lega anseatica, esportarono il suo uso in tutt’Europa.

La cultura della birra si diffonde in tutto il mondo conosciuto, fino ad arrivare in Italia dove ne troviamo le prime tracce in una tomba celtica a Pombia, in Piemonte, risalenti al 560 a.C.

Proprio in questa regione, molti secoli dopo, nasceranno le prime industrie birraie italiane.

La birra in Piemonte

Il rapporto tra il Piemonte e la birra è un rapporto forte fin dagli inizi. Durante il XIX secolo la birra era considerata una bevanda di lusso destinata alle classi più abbienti e solo nel XX secolo diventa accessibile a tutti. Fino ad allora la stragrande maggioranza della birra consumata nel nostro Paese arrivava da nazioni dalla grande tradizione brassicola: Francia, Germania e Inghilterra. Ma verso la metà dl XIX secolo cominciarono a nascere delle piccole fabbriche anche nel Nord Italia favorite dalla politica industriale dell’epoca.

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Borgo San Donato a Torino si rivelò particolarmente adatto alla produzione di birra, diventando il luogo in cui si svilupparono maggiormente le industrie del settore alimentare, grazie alla possibilità di sfruttare un’acqua descritta come “purissima, leggera, dolce e poco soggetta agli sbalzi di temperatura”, quale quella del Canale di Torino, una derivazione della Dora Riparia. L’acqua di questo canale non costituiva soltanto una materia prima fondamentale ma anche una fonte di energia a basso costo. Proprio quest’area (nota per le concerie e le fabbriche di dolciumi), nella seconda metà dell’Ottocento, vede la nascita dei due più importanti e antichi birrifici torinesi: la Bosio & Caratsch e la Metzger. Insieme alla Boringhieri, situata al fondo di Corso Vittorio Emanuele II, la Bosio & Caratsch e la Metzger furono premiate con la medaglia d’oro all’esposizione dell’industria italiana svoltasi a Torino nel 1898.

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Seguendo il motto “Bona cervisia laetificat cor hominum”, la fabbrica di birra Bosio & Caratsch irrompe sul mercato nel 1845, stabilendosi originariamente in via della Consolata e trasferendosi successivamente in Borgo san Donato.

Circa quindici anni dopo Carlo Metzger fondò il birrificio Metzger in via San Donato 68, con lo slogan “chi beve birra campa cent’anni”. Nel 1888 la ditta passa nelle mani del figlio Francesco Giuseppe, a cui si deve il merito di una vera e propria innovazione, l’introduzione di due nuovi tipi di birra ancora sconosciute in Italia: la pilsen e la bock.

Altri birrifici, più piccoli, erano situati in varie zone del piemonte. Degni di nota sono la ditta G. Menabrea e figli, di biella, e la Fratelli Metzger di Asti.

La tradizione  piemontese nel campo brassicolo è sempre stata motivo di vanto per i birrai della regione.  Tradizione, valori e buona volontà che rimangono immutati ancora adesso.

I grandi marchi di birra del ‘900

I marchi che hanno dominato la scena del ‘900 in Italia sono i Big Seven, cioè Moretti, Peroni, Poretti, Ichnusa, Forst, Dreher e Menabrea. Il consumo di birra non era però diffuso come poteva esserlo in altri paesi d’Europa, quali Francia e Germania, essendo il vino il protagonista di ogni tavola imbandita su e giù per lo stivale.

La produzione in tutta Italia era delegata a pochi stabilimenti che servivano le regioni attorno ai quali erano strategicamente posizionati, soprattutto nelle regioni subalpine, dove le influenze austro-teutoniche spingevano ad un consumo maggiore.

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Se al nord vi era però un po’ di sana competizione, al sud vi era una sorta di monopolio della birra Peroni, che ancora adesso è la birra più venduta dalla capitale in giù, interrotto per ventina di anni (tra il 60 e l’80) dal birrificio triestino Dreher e dalla sua decisione di decentralizzare al sud una parte di produzione.

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Questi pochi birrifici bastavano comunque a servire tutta l’Italia, che solo negli ultimi 30 anni ha imparato a bere birra, evolvendosi da paese in cui la birra era affiancata solo alla pizza oppure all’aperitivo a paese con un consumo pro-capite pari praticamente a quello del vino.

Nessuno di questi birrifici, inoltre, aveva mai cercato di coprire quella nicchia di mercato di clienti che preferivano birre lievemente più alcoliche, continuando sulla produzione di birra bionda poco luppolata e poco alcolica di tradizione tedesca, ma fatta con materie prime nettamente inferiori a mera giustificazione del risibile prezzo di mercato.

Nonostante il prezzo di fascia bassa e la radicale distribuzione in tutte le regioni nella seconda metà del ‘900, la birra non ha mai sfondato nei cuori degli italiani, che hanno continuato a preferirle vini frizzanti a basso prezzo come il prosecco o dei rosè da aperitivo di bassa lega. Questa condizione di inferiorità è stata combattuta con la consorziazione delle grandi industrie birrarie, che si sono unite per pubblicizzare il prodotto non in quanto brand singolo, ma in quanto tale, cercando di far spazio per la birra anche sulle tavole degli italiani, elogiandone le proprietà inebrianti e di apporto di calorie e sali minerali e collegandola ad un testimonial di eccezione, l’entertainer per eccellenza degli anni ’80, il volto della musica di casa nostra: il grande, inimitabile Renzo Arbore, che creava nuovi “slot” durante la giornata utili alla bevuta di una bionda (lol), ne esaltava “l’italianità” e contemporaneamente coniava lo slogan d’impatto sicuro “Birra, e sai cosa bevi”.

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Grazie al lavoro pubblicitario di questi birrifici, “l’oro liquido” ha penetrato la fredda corazza viola di vino degli italiani, portando il consumo pro-capite della  bevanda dai 3,7 litri degli anni ’50 ai 29,5 litri del 2005, volume sul quale siamo ancora attestati oggi e gettando le basi per la rivoluzione craft.

La birra e la pubblicità

L’immagine commeciale della birra come quella di qualsiasi altro prodotto di largo consumo è sempre stata influenzata da mode e tendenze, partendo dalle campagne allegoriche di Metzger di inizio secolo passando per la “Bionda Peroni” degli anni ’70 fino al social media marketing di oggi.

Uno dei primi esempi di grafica pubblicitaria ci arriva dal birrificio Metzger, il capostipite italiano, con i suoi manifesti in stile Art Decò cercava di comunicare il senso di convivialità e divertimento insito nella birra.

Successivamente negli anni ’20-’30, il messaggio punta a catturare una fetta più ampia di consumatori: vengono esaltate le proprietà benefiche e nutrizionali della birra, viene consigliato il consumo a donne vecchi e addiruttura ai bambini.

Con il boom economico degli anni ’60 la birra diventa prodotto di massa e viene estremamente connotato sessualmente, accostato alla Bionda in stile Pin-Up tutte le campagne pubblicitarie dell’epoca sono indirizzate a un pubblico maschile.

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Inaspettatamente anche la birra conosce un periodo di crisi dopo il 1970, tanto che negli anni ’80 AssoBirra, il consorzio italiano dei birrai, invita tutti gli esperti del settore per promuovere una campagna comune che fa di Renzo Arbore il suo testimonial per rilanciare il prodotto

All’inizio del terzo millennio la tv è il principale canale di comunicazione, con le nuove tecnologie gli spot diventano più fantasiosi e puntano ad attirare il pubblico con la promessa di una bevanda fresca e dissetante, senza tuttavia dimenticare quelle che erano le leve di marketing dei decenni precedenti: convivialità, divertimento e sensualità.

Durante questi anni, ogni marchio punta a differenziarsi dagli altri creando e rimarcando un proprio BRAND. Spesso con campagne che seguono filoni narrativi umoristici. Tutte accumunate, per la prima volta, dal concetto del ” bere responsabilmente”.

Negli ultimi anni, il marketing e le aziende si sono spostate nel vasto mondo dei social, intuendo la portata capillare di questo mezzo. Portando i marchi a rimanere sempre aggiornati sulle ultime tendenze e attualità, in stretta comunicazione ed a volte collaborazione, con il cliente.

Dal mercato maturo alla primavera della birra artigianale

Il settore della birra artigianale in Italia cresce a ritmi rapidissimi, non solo dal punto di vista dei consumi, ma anche da quello del numero dei microbirrifici: sono aumentati del 400% in dieci anni, passando dai 132 attivi nel 2005 ai 670 del 2015. Una tendenza in continua ascesa emerge dallo studio internazionale “Economic Perspectives on Craft Beer. A Revolution in the Global Beer Industry” (“Prospettive economiche della birra artigianale.

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L’Italia, dopo Stati Uniti, Spagna e Regno Unito, è la nazione che nel periodo 2010-2015 ha riscontrato la crescita annuale maggiore nel numero complessivo dei birrifici (+71,8 in media), superando Paesi di ben più radicata vocazione brassicola come il Belgio o la Germania, che hanno riscontrato una crescita rispettivamente di 15,2 e di 9,8 microbirrifici ogni anno.

Da dati Unionbirrai risulta che il segmento della craft beer in Italia (al 2015) ha raggiunto il 3,3% del mercato, a differenza della maggior parte degli altri Paesi presi in esame, sotto questo valore.

Considerando il complesso dei birrifici italiani, dallo studio emerge una progressiva e continua diffusione, in relazione alla popolazione: dai 0,4 birrifici per milione di abitanti registrati nel 1990, si è passati agli 1,3 del 2000, ai 5,5 del 2010 fino agli 11,2 del 2015.

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Alla fine degli anni 80′ nonostante in Italia, e in modo particolare in Piemonte, imperasse la cultura del vino e i consumi di birra fosseró molto bassi, Teo Musso decise di aprire a Piozzo un Pub. Questo locale iniziò a proporre una vasta selezione di birra a cui il pubblico non era abituato. Inizialmente non fù facile, le birre proposte si discostarono di parecchio da quello a cui i consumatori erano abituati. Ma alla fine la elevata qualità del prodotto vinse. Visto il successo ottenuto e a seguito di un viaggio in Belgio Teo decide di convertire il locale di mescita in un centro di produzione, un Brew Pub.

Nel 96′ nasce Baladin. La prima birra prodotta fu la Super che ebbe un discreto successo. E diede vita a quella che può essere definita la rivoluzione craft italiana.

Ispirati dal lavoro di Baladin iniziarono ad aprire in tutta Italia molti microbirrifici.

Soprattutto negli anni 2000, in cui si cercava di innalzare la qualità Delle materie prime, ricercata negli ultimi anni. Proprio in questa ricerca sono nate nuove sperimentazioni per accorciare la filiera brassicola. Cercando di legare le materie prime del territorio con la birra artigianale. Da questo tentativo nasce lo stile Italian Grape Ale (IGA). Venne riconosciuto come stile dal BJCP a partire dal 2015. Essa nacque dall’unione delle culture vitivinicola e brassicola. In Piemonte ci sono alcuni birrifici che hanno iniziato a produrre questo stile, come: Loverbeer con le sue Beerbera e duvaBeer, entrambe ottenute da uve di Barbera; e Montegioco con la Tbeer ottenuta dalle uve di Timorasso.

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